—Ah! se lo fossero, meno ignoranti! Ma intanto sono così; e patiscono, ed hanno patito dacchè sono al mondo; e dacchè sono al mondo si sono rassegnati, perchè hanno creduto ad un compenso nel mondo di là. Ma va ad illuminarli colla tua scienza; va a dirgli che il mondo di là non esiste; che quando avranno ben tribolato finchè resta fiato nei loro poveri polmoni, andranno sotterra, e sarà finito tutto; che delle gioie che gli altri godono, degli amori che ci consolano, de' tuoi buoni pranzi, del bel fuoco a cui ti scaldi, della poltrona morbida dove siedi comodamente a chiacchierare per distruggere la loro fede, non ne proveranno mai le dolcezze; che se furono diseredati in questa vita, peggio per loro; che l'altra non è che un sogno…. Provati ad illuminare la loro ignoranza prima di farli eguali a te, e vedrai se si rassegneranno ancora, e se non diranno che, poichè non c'è una vita migliore, vogliono ad ogni costo la loro parte di bene in questa.
La sera, nell'ora in cui il tepore del caminetto ed il caffè caldo e profumato tenevano legato il filosofo nella sua poltrona, la zia Giuliana interrogò la Cecchina sulla sua figliola.
—Oh! Dio! Di tutti i miei dolori, quello è stato il più crudele, esclamò la vecchia. Da quel giorno che Michele me l'aveva detto, non potei più levarmelo dalla mente che se ne andava. Più la vedevo rossa, e più pensavo: «Ecco; ha la febbre che la brucia di dentro». La condussi all'ospitale, ma non la vollero tenere; e mi dissero che bisognava nutrirla bene. Sempre carne e vino buono. Dove le potevo pigliare queste cose io? Lavoravo come un ciuco; tutto il giorno alla fonte a lavare, che mi si raggranchivano le gambe pel gelo; tutta la notte ad agucchiare, dormendo appena tanto da non morire; ma ci voleva altro. Quando passavo dinnanzi al caffè e vedevo dei giovinotti forti e robusti che mangiavano delle bistecche, mi sentivo tutto il sangue, tutto il mio sangue di madre, che ribolliva: e dover tornare a casa a darle della minestra di riso a quella poveretta! E così se n'è andata; l'ho vista morire ogni giorno un poco, finchè una mattina mi disse:
—Mamma, torna presto dalla fontana, perchè mi sento come se dovessi andarmene quest'oggi.
Anch'io lo sentivo, e mi si schiantava il cuore. Non andai alla fonte; andai dal parroco, e per quella volta non ebbi vergogna a dirgli che mi desse qualche cosa per fare un brodo a quella povera creatura cara.
Ma quando tornai colla carne, era già fredda. Neppure vederla morire, m'è toccato! Ah! se non fosse il pensiero di ritrovarla nel mondo di là….
—Non aveste mai una consolazione in tanti anni, che ci narrate sempre dolori? domandò la zia Giuliana.
—Mai! esclamò la Cocchina, coll'accento della verità. Poi, riprendendosi, soggiunse:
—La mia consolazione è di pregare il Signore che mi riunisca alla mia figliola nell'altra vita, e che dia del bene a' miei figli che sono tanto poveri che si induriscono il cuore e diventano persino cattivi.
La zia Giuliana prese dal tavolino il trattato di filosofia e lo porse malignamente al professore. Ma quella sera il filosofo non lesse forte, e la mattina dopo, quando Ettore ricominciava a gridare contro la bigotteria della Cecchina, che per andare a pregucchiare gli faceva aspettare il caffè, fu il babbo stesso che disse: