—Ci si trovano per loro volontà, disse la mamma, nè possiamo aiutarli.
—Sì; ma la loro volontà è stata eroica, e quell'eroismo frutta a loro tanti patimenti, i piedi gelati, la tisi, l'oftalmia, forse la morte; e noi perchè siamo indolenti, ci godiamo le poltrone soffici, il fuoco e gli alari…. È la giustizia di questo mondo.
—Fortunatamente queste miserie sono rare, osservò la signora Valeri.
Qui non ne vediamo.
—Ma ne vediamo delle altre non meno strazianti, ribattè la ragazza. Alla villa dei signori Icchese, che pure sono dei padroni buoni e generosi, c'è nel casamento dei contadini un vecchio, infermo da molti, molti anni. La mattina, tutti i suoi di casa vanno a lavorare in campagna, e lui rimane solo; non può voltarsi se altri non l'aiuta; deve passare la giornata, otto, dieci ore, sempre nella stessa positura; gli dolgono le ossa fino allo spasimo, gli si lacera la pelle, gli si formano delle piaghe; ma deve rimanere là, immobile sul fianco indolenzito, senza un cane che lo assista; ed è un capo di casa, un padre di famiglia. E quando i giovani rientrano dai campi, stanchi, affamati, lo voltano con mal garbo, infastiditi di quella nuova fatica. Ha il letto in una stanza a terreno, proprio di contro alla finestra; e quando io passavo nel cortile, e lo vedevo là, con quegli occhi fissi e desolati, in quell'abbandono, fra quelle coperte miserabili e sporche, vecchio, sofferente, inebetito, sentivo vergogna della mia gioventù, della mia salute, de' miei bei vestiti, e passavo tutta curva per non far nascere nella sua mente un confronto disperante.
—Tu l'hai veduto soltanto in quest'ultimo periodo della sua vita; in gioventù sarà stato felice. Intanto ha dei figli, dunque ebbe degli amori e delle gioie. Credi pure, bimba, che queste disuguaglianze profondamente ingiuste non possono esistere; la somma della felicità e dell'infelicità è distribuita equamente per ogni vita umana.
—Tu non sai forse, disse il dottor Valeri alla moglie, che questo, prima di te, lo disse il Leopardi. Io ci ho pensato a lungo, ed ho finito col persuadermi che è vero; perchè i piaceri non si gustano se non relativamente alla condizione in cui si vive. Se quel vecchio fosse trasportato nello stato nostro, godrebbe una beatitudine infinita, esulterebbe di gioia. Se egli pensasse a noi, supporrebbe che noi viviamo una vita di delizie. Invece il nostro animo è nient'altro che tranquillo, ed in un angolo del nostro cuore veglia la malinconia. E se nella condizione nostra mettessimo ora un gran signore, il signor Carpi, per esempio, si troverebbe miserabile.
—Eppure, babbo, non puoi negare che abbiamo gustati dei giorni di vera felicità, e speriamo di gustarne ancora; mentre quel vecchio….
—Quel vecchio avrà esauriti i suoi. Noi abbiamo goduti dei giorni di felicità? Li sconteremo più tardi colle ricordanze e coi confronti. L'ha detto anche Dante che la ricordanza dei giorni felici è il maggiore dei dolori. È un fatto che la somma della felicità è uguale per ogni vita umana. Quanto più uno s'affretta a goderla, a restringerla in un breve spazio di tempo, tanto più squallidi rimangono gli anni sui quali l'ha presa in anticipazione. Una donna che è molto bella, molto amata in gioventù, esaurisce tutte le sue gioie, e poi passa il resto de' suoi giorni a rimpiangere la bellezza perduta, a desolarsi della sua decadenza, del suo isolamento. Napoleone I a Sant'Elena era di certo più infelice de' suoi compagni, perchè era caduto da più alto, aveva goduto di più. A noi stessi, questa sera danno piacere questi alari nuovi, ma domani la serata ci parrà più vuota perchè non avremo un'altra novità da gustare. Qualunque cosa facciamo, non possiamo che trasportare da un giorno all'altro la poca gioia assegnata a ciascun giorno, e mangiare anticipatamente la rendita dei giorni futuri.
Rimasero tutti per qualche momento silenziosi, guardando il fuoco malinconicamente.
Intanto entrò la serva, tutta animata e sorridente, e, nell'accendere i lumi per i padroni, disse: