Questa volta sì che lo stupore fu grande! Esistevano un fratello del babbo, ed un suo figliolo! Dunque essi avevano un cugino! I ragazzi perdettero la parola dalla stupefazione, ed invece di correre tutti in sala da pranzo dietro la stiratora, come non avrebbero mancato di fare in tutt'altra circostanza, rimasero aggruppati sull'uscio della cucina a fare delle congetture, a parlare tutti insieme, finchè la cuoca li chiamò perchè aiutassero a preparare la tavola, mentre la Maria stava ancora domandando a tutti «se un cugino che non si è mai visto resta cugino egualmente» senza aver ottenuto una risposta che schiarisse il suo dubbio.
Di solito a pranzo il babbo domandava:—Cosa c'è stato di nuovo alla scuola? Ed i ragazzi cominciavano a raccontare, si animavano, parlavano forte, ridevano o si bisticciavano; e, ad ogni modo, il signor Dogliani poteva tacere e pensare a tutt'altro, senza che per questo regnasse nel desinare di famiglia quel silenzio glaciale, che toglie l'appetito e fa cattivo sangue. Ma quel giorno non la fece la domanda che dava la stura alle chiacchiere. Di certo aveva udita la famosa nuova di Vincenzo, e non voleva che se ne riparlasse.
Fu un pranzo silenzioso, sbrigato alla lesta; e subito dopo il signor
Dogliani uscì.
Si può figurarsi con che furia i ragazzi si precipitarono in cucina intorno alla Rosa che finiva di mangiare, per farle dire di quello zio e di quel cugino.
II.
—Sì; il vostro babbo aveva un fratello, disse la Rosa; ed erano venuti su insieme come voialtri, e, da uomini fatti, vivevano ancora uniti. Possedevano questa casa in Santhià, ed un po' di terreno che non bastava a farli vivere. Quell'altro, il signor Teodoro, faceva dei grandi affittamenti di prati e risaie; e vostro padre dirigeva i lavori, teneva i conti, badava al raccolto, alle vendite. Così gli interessi comuni prosperavano. Ma quando tutti e due pigliarono moglie quasi nello stesso tempo, dovettero separarsi. Allora il babbo si tenne la casa; al signor Teodoro toccarono quei pochi fondi di famiglia; e ciascuno tirò via ad affittar terreni ed a farli fruttare per suo conto. Questo fratello qui era di umore tranquillo, pensava a lungo prima di fare una cosa, e non la faceva se non la credeva buona; e la vostra povera mamma era una donnina di casa, modesta, che lavorava dalla mattina alla sera. Quegli altri invece, se il marito era allegro e sbadato e temerario, la moglie lo era due volte tanto. «Se si facesse quell'affidamento di diecimila lire?» diceva lui. «Facciamolo anche di quindicimila», diceva la moglie. E, conchiuso il contratto, badavano a raccogliere i frutti del terreno, ma punto punto a pagare l'affitto; ed a fine d'anno i raccolti erano goduti, quattrini non ne restavano, bisognava ricorrere ai mezzi rovinosi, ipotecare quei pochi fondi che erano rimasti dall'eredità paterna, vendere. Poi, appena avevano ripiegato alla meglio, non pensavano più a malinconie, e ripigliavano la loro vita allegra. C'erano sempre frotte di signori di Vercelli invitati in casa loro, e pranzi e cene che era una baldoria, e viaggi ad ogni tratto.
I bambini stavano a sentire esterrefatti quelle narrazioni che parevano una fola, e tratto tratto scambiavano tra loro degli sguardi che esprimevano una grande ammirazione per quello zio splendido e giocondo. La stiratora continuò:
—Bisogna anche dire che qui voialtri venivate al mondo in fretta e in furia, uno sulle calcagna dell'altro, come fate ora quando correte per la casa, e la vostra mamma, buon'anima, non aveva tempo d'uscir dall'uscio; mentre laggiù c'era un solo bambino, un po' infermiccio che stava seduto in una carriola, e non dava da fare a nessuno.
—Era quello lì della mia scuola? domandò Vincenzo che non poteva figurarsi quel ragazzo tanto lungo, seduto in una carriola da bimbo infermiccio.
—Era quello, rispose la Rosa. Lo avevano chiamato Vincenzo, come te, dal nome di vostro nonno. Come fu, come non fu, un bel giorno capitarono qui il signor Teodoro e la moglie, che non ci venivano mai, e presero il padrone alle strette, là nella stanza da pranzo, e gli fecero una scenata, che li sentivo esclamare e piangere fin fuori dall'uscio chiuso. Il fatto era questo: che il signor Teodoro, con quella smania di far le cose in grande, e di guadagnare grandi somme, si era arrischiato in una speculazione con un negoziante di Vercelli, aveva sottoscritto delle carte per avere denaro in prestito; poi era venuto il tempo di pagare; le carte erano lì che parlavano chiaro, e lui non aveva quattrini. E non c'era modo di uscirne: o pagare, o fallire.