—Che cos'è fallire? domandarono i ragazzi.
—È un imbroglio da negozianti che non mi riesce di spiegarvi. Tanto non capireste. Ma di certo non è una cosa buona, tutt'altro. E qui il padrone strepitava «che non avesse ad accadere quella vergogna, che anche lui ne avrebbe patito nella riputazione, che un galantuomo non deve fallire….» Poi quando quell'altro parlò chiaro e domandò il denaro a lui, ventimila lire che gli occorrevano entro pochi giorni, il vostro babbo si consultò con la signora, buon'anima, e poi rispose:
—Senti; queste ventimila lire io e mia moglie le abbiamo messe da parte a forza di lavoro e di economia, perchè abbiamo dei figlioli; chissà quanto ci vorrà a rifar questa somma, seppure la si rifarà mai coi raccolti che non sono più quelli di una volta. Dunque bada a pensarci seriamente; se questo denaro ti può salvare dal fallimento, pazienza, te lo daremo, e sarà quel che Dio vorrà. Ma se devi fallire ad ogni modo, non lo portar via ai nostri poveri bambini, a cui lasci già la vergogna e gli toccherebbe la povertà insieme.
Ma quell'altro giurò per tutti i santi: «che con quei quattrini là, non solo avrebbe accomodato tutti gli affari suoi, ma avrebbe fatto questo e quest'altro, e guadagnato il doppio di quella somma, e che l'avrebbe restituita coi frutti», e un mondo di promesse alla sua maniera. Qui il babbo non ci credeva a tutte quelle grandezze, perchè sapeva che testa aveva suo fratello; ma disse alla signora:
—Questo gli risparmierà il fallimento; cosa vuoi farci? ci va del nostro onore.
E lei rispose:
—Ma sì; se è necessario daglieli pure, e qualche santo provvederà.
E gli diedero le ventimila lire per salvare la loro riputazione di gente onesta.
Ma non salvarono nulla, perchè il signor Teodoro, quand'ebbe i denari in mano, pensò a fare delle grandi speculazioni in America, e scappò laggiù lasciando qui tutt'i debiti. A Santhià non si parlava d'altro, e qui in casa si è fatto un gran piangere ed un gran vergognarsi. D'allora vostro padre, che era già sempre di poche parole, si è fatto così silenzioso, ed è divenuto più solitario e scontroso che non era prima; perchè gli pareva che la gente nel vederlo dicesse: «Eccolo il fratello del fallito». Dio, se ci ha patito! E la vostra povera mamma,—io le ho sapute da lei tutte queste cose, che mi voleva bene, e mi diceva tutto per isfogarsi,—non fu più lei dopo quel gran cruccio, e per la pena di veder suo marito umiliato a quel modo; si può dire che è stato quello il principio della sua malattia, povera donna, che Dio l'abbia in gloria. Ora sono due anni che il signor Teodoro è tornato dall'America con quel figliolino, che s'è rinforzato un po'; la moglie gli è morta laggiù in mezzo ai selvaggi; e lui ha girato un po' a Vercelli, un po' a Chivasso, un po' a Torino, ha finito di consumare quei pochi quattrini che aveva, ed ora è venuto a Santhià, e vorrebbe che il fratello si rimettesse a far interessi comuni con lui. Glielo ha fatto dire da varie persone, ma il babbo ha risposto che lui fa conto di non aver fratelli, dacchè quello che aveva non è più degno di portare il suo nome, per la cattiva azione che ha fatta. Dice che è stato il disonore della famiglia e la rovina de' suoi figli, e non vuol sentirne parlare. Ecco. Dunque, tu, Vincenzo, bada a non venir più fuori colla tua novità del ragazzo nuovo, che ha il nome eguale al tuo, perchè gli fai dispiacere, al babbo. Questa mattina t'ha udito; ho visto io che il giornale gli si è messo a tremare nelle mani.
Vincenzo e le due sorelle maggiori avevano ascoltato con grande attenzione e curiosità quella lunga chiacchierata, e la prolungarono ancora con molte domande sui particolari, mentre la piccola Maria dormiva placidamente, colle braccia incrociate sulla tavola ed il capino sulle braccia.