Dacchè aveva cominciato a ragionare, il suo babbo era stato l'amore, la gioia ed il cruccio della sua giovane vita. Mentre la sua mente precoce vedeva e riconosceva i torti di quell'uomo, il suo cuore ne era affascinato. La madre non lo aveva mai vezzeggiato molto; il suo amor proprio di bella donna non era lusingato dall'aspetto malaticcio di quel bimbo, che fino ai cinque anni era stato quasi incapace di camminare; e quando il bimbo, un po' rinvigorito, aveva cominciato a crescere, a muoversi come gli altri, e ad essere ammirato per la sua bellezza gracile ed un po' effeminata, la povera donna era già tanto ammalata che non prendeva più interesse a nulla.
Il padre invece, dacchè suo figlio aveva sviluppata quella gentile ed esile persona, che gli dava l'aria d'un piccolo principe, dacchè quel volto bianco, quegli occhi turchini, quei lineamenti delicati avevano perduta l'espressione penosa della sofferenza, andava superbo della bellezza del fanciullo; lo chiamava «il suo arcangelo biondo», si gloriava di lui come si era gloriato della moglie quando questa era stata oggetto dell'ammirazione di tutti, più per vanità che per intensità d'affetto. Il signor Teodoro aveva sempre bisogno di insuperbirsi di qualche cosa, di vantare una superiorità qualsiasi. Altre volte era andato superbo del suo lusso, della vita signorile che menava, del denaro che spendeva. Ora di denaro non ne aveva più, ma gli erano rimaste le idee grandiose, alle quali credeva in buona fede: immaginava delle speculazioni impossibili, dei grandi affittamenti di terreni da pagarsi dopo il primo raccolto, che, ben inteso, doveva essere abbondantissimo, e diceva:
—Lasciate soltanto ch'io abbia concluso questo contratto, e poi vedrete come farò presto a rifarmi un patrimonio. Pago tanto, raccolgo tanto; mi resta tanto di guadagno; e l'anno venturo con questa somma in commercio posso cavarne tanto…
Era la storia della donna dal paniere d'ova.
E le sue ricchezze avvenire, dacchè nè lui nè la moglie non erano più giovani, le destinava a far brillare suo figlio.
—Ti metterò nel primo collegio d'America; ne uscirai con un'educazione da principe; e quando ti condurrò in Italia ti saranno aperte tutte le vie. Ti faranno deputato, senatore, ministro….
Si eccitava a quelle idee magnifiche e vane; rizzava orgogliosamente il capo, s'impettiva, gli brillavano gli occhi e si sentiva veramente felice, come se quei sogni fossero già avverati, ed egli fosse già il padre fortunato del primo diplomatico d'Italia.
Se per caso si trovava in possesso di una piccola somma, trascurava di pagare i debiti, di comperare le cose più necessarie, per portare un abito o un berretto nuovo a Vicenzino.
—Voglio che tu figuri bene, gli diceva contemplandolo; hai un grande avvenire, ma per raggiungerlo è necessario salvare le apparenze. Il mondo è leggiero, e ci bada molto alle apparenze. Voglio che t'ammirino fin d'ora, e che questi americani capiscano che non sei un ragazzo comune.
Vicenzino si sentiva intenerito da quelle dimostrazioni, e non osava respingere i doni del padre per timore di affliggerlo. Pensava: «Povero babbo, mi vuol tanto bene che fa delle pazzie per me». Ed adorava quel padre puerile come un gran fanciullone ingenuo, che ha bisogno di molta indulgenza. Specialmente dopo la morte di sua madre aveva riportato su quell'unico parente tutto l'affetto del suo cuore.