Un giorno il signor Dogliani gli disse:

—Se quest'anno non passi gli esami, debbo toglierti la sottana, e si perde il benefizio, che omai è la nostra sola ricchezza. Queste sono le consolazioni che mi dai.

E c'era una tale sfiducia e tanta amarezza in quelle parole, che Vincenzo se ne sentiva annientato; lui che aveva creduto di poter essere il sostegno della famiglia. Avrebbe dato Dio sa che cosa per poter tornare indietro al principio dell'anno, e incominciare l'annata in tutt'altro modo, studiando un poco ogni giorno…

Venne il termine dell'anno scolastico; tutti gli altri esami andarono così così, tanto da passar la classe. Ma quando Vincenzo si trovò alle prese colla traduzione latina si sentì perduto. Vide svanire la sua veste da prete, si vide con vergogna ridivenuto un semplice fanciullo come gli altri, in pantaloni e giubba, senza la menoma speranza di piviale e mitra d'oro.

Ed il babbo, che era tanto afflitto pel benefizio perduto! Quel benefizio di certo era una ricchezza, Vincenzo non aveva idea di quanto fruttasse; ma gli pareva qualche cosa come le ventimila lire portate via dallo zio d'America. Dacchè era al mondo aveva sempre udito parlare di quel benefizio. Molte volte gli era venuto all'orecchio questo discorso, che l'aveva fatto palpitare d'orgoglio: «Se le ragazze non troveranno marito perchè non hanno dote, avranno sempre il fratello prete, e non mancheranno di nulla». Gli era sembrato d'esserci già, grande e maestoso, nella sua bella casa parrocchiale, e di atteggiarsi da sovrano magnifico e generoso, raccogliendo le sorelle sotto la sua protezione: «Venite qui tutte. Io provvedo». Ed invece, là, nella sala degli esami, doveva convincersi che egli non sarebbe mai il fratello prete, dacchè non potrebbe entrare in seminario; che non potrebbe mai far nulla pel babbo e per le sorelle, e che sarebbe sempre considerato nullo come lo era stato fin allora.

Mentre questi pensieri passavano l'un dietro l'altro, lenti e neri come un funerale, nella mente di Vincenzo, il tempo concesso al cómpito latino scorreva, e sulla pagina bianca non c'erano che delle lagrime che gonfiavano in vari punti il foglio. Man mano che uno scolaro piegava il lavoro, lo consegnava all'assistente e se ne andava, Vincenzo si sentiva più scoraggiato, come se le sue insegne ecclesiastiche fossero uscite dall'uscio ad una ad una dietro quei ragazzi. Pensava:

—Ecco, quando saranno andati via tutti, e resterò qui solo, dovrò dire che non lo so fare il cómpito, ed allora, addio benefizio. Dovrò tornare a casa con questa nuova.

S'era già fatto un gran vuoto intorno a lui. Non c'erano più in classe che sei o sette scolari di poca vaglia, assai lontani l'uno dall'altro. Ora che la vigilanza dell'assistente cominciava a stancarsi e sarebbe stato più facile eluderla, Vincenzo non poteva più domandare aiuto a nessuno, perchè i suoi vicini erano tutti usciti, ed era solo nel banco.

Stava col gomito sinistro sul banco ed il capo appoggiato alla mano, mentre colla destra teneva la penna sulla carta nell'atto di scrivere; ma non scriveva. Aveva gli occhi fissi in terra tra il sedile ed il banco, e piangeva in silenzio.

Ad un tratto, di sotto al sedile, vide sorgere una mano con un fogliolino piegato, e posarglielo sulle ginocchia. Vincenzo era troppo avvezzo alle gherminelle di scuola per non capire all'istante. Quel fogliolino era la traduzione latina, la sua salvezza, la sua veste da prete, il seminario, il benefizio, la ricchezza della sua famiglia. La gioia lo invase, gli diede un tremito per tutte le membra, un calore ardente alle guancie. Ma non gridò, seppe frenarsi. Prese il foglio, lo spiegò pian piano in grembo colla mano destra, senza togliere il gomito dal banco, senza muovere il capo. Poi ripigliò la penna, e, sempre nello stesso atteggiamento, si mise a ricopiare febbrilmente il cómpito che gli era piovuto bell'e fatto dal cielo, fremente di veder scorrere i minuti, ansioso di arrivare alla fine.