Vicenzino si era fatto tutto rosso. Lui, piccino com'era, non traeva vanto di quella parentela; si sentiva sulle spalle tutti i torti del padre, e l'idea di trovarsi in faccia al cugino lo faceva piangere di vergogna.

Appena entrato nella scuola aveva cercato ansiosamente di indovinare qual'era il figlio di suo zio; ma non aveva osato domandarne a nessuno.

Poi lo aveva veduto vestito da prete, e questo aumentava la sua suggezione. Quel costume eccezionale formava l'orgoglio di Vincenzo e l'ammirazione de' suoi compagni. Quei riccoli provinciali di Santhià consideravano il neo chierico come un ragazzo serbato ad alti destini. Sapevano che aveva avuto un pro-zio arcivescovo, dal quale proveniva il benefizio ereditario nella sua famiglia; e ripensavano il piviale d'oro e la mitra dell'arcivescovo di Vercelli, che era stato l'anno innanzi a Santhià per amministrare la cresima. Si figuravano di vedere Vincenzo vestito a quel modo, in mezzo ad una nuvola d'incenso, sotto un baldacchino bianco ed oro, con tanti preti intorno, andare in giro pian piano per la chiesa, dando degli schiaffettini con due dita sulle guancie arrossate dei bimbi, e susurrando delle parole latine. Di certo non poteva essere un ragazzo come gli altri, uno che doveva arrivare a codesto, ed i suoi compagni avevano per lui un certo rispetto.

Vicenzino si sentì addirittura avvilito da quella futura autorità ecclesiastica. Gli parve che Vincenzo fosse prete apposta, per presentare i torti di suo padre al tribunale divino. Si rannicchiò, si rimpicciolì nel suo angolo remoto da ultimo venuto, ed evitò persino di guardare il cugino, e se ne tenne lontano come un reprobo dall'altare. Gli pareva ad ogni momento di vederselo venire innanzi a chiamarlo «figlio d'un ingrato». Nella sua mente paragonava i due fratelli Dogliani ad Abele e Caino, e tremava di vergogna e di spavento.

Invece Vincenzo, che ammirava il parente sconosciuto, per quanto c'era di meraviglioso nella sua storia di grandezza, e di miseria, e di emigrazione in paesi lontani, era anche lui in suggezione e non osava avvicinarlo. E Vicenzino, interpretando anche questo a suo modo, pensava: «Ecco, mi sfugge; suo padre gli ha proibito di parlarmi». E non ebbe neppure un momento l'idea temeraria di opporsi a quel giusto divieto. Continuò a stare in disparte, a non parlare, a non giocare con nessuno.

Studiava; lo faceva per inclinazione, e per diventare un grand'uomo, come diceva suo padre. Aveva un ideale, un ideale serio e senza azzurro, ben differente dagli ideali fantastici dei fanciulli; un ideale prosaico da uomo venale: «Guadagnare ventimila lire».

IV.

Vincenzo non amava il latino. Quella lingua morta non voleva entrargli nella testa. Appena usciva di classe sentiva il bisogno di darsi movimento, di gridare, di reagire in tutti i modi a quella quiete opprimente. L'idea del cómpito lo crucciava, ed egli rimandava a più tardi l'ingrato dovere; e quando per forza ci si metteva, aveva tardato tanto che non c'era più tempo per tutto, e lasciava indietro il lavoro latino, il più lungo e difficile.

Più volte il signor Anselmo Dogliani aveva ricevuto delle lagnanze dai maestri per la negligenza del figlio appunto nel latino, senza il quale la carriera ecclesiastica non era possibile. Egli lo aveva ammonito severamente, e lo trattava con sussiego, sebbene passasse poi le notti a vegliarlo, quando, nelle lunghe e gloriose battaglie a palle di neve coi compagni, si buscava delle tossi, che minacciavano di schiantargli il suo petto robusto.

Lungo l'inverno Vincenzo pensava: «Avrò tempo a studiare questa primavera, quando le giornate saranno più lunghe…» Ma nella primavera la campagna era bella, ed era un piacere andare in giro. Per studiare c'era tempo gli ultimi mesi…