Egli comprese dunque l'afflizione di Vincenzo, la sua lotta crudele tra il dovere di figlio e quello di cittadino, e, non vedendo altro mezzo di consolarlo, gli disse:

—Chi impedisce ad un prete di battersi quando occorra per la sua patria?

—Nulla glielo impedisce nell'eccitamento di una crisi politica, nell'ardore di una battaglia; ma il giorno dopo tornerà ad essere estraneo a tutto quel che si fa pel suo paese; sarà sempre un prete, ed io sento che son nato per essere un soldato. Oh, se non avessi quel benefizio che mi lega…

—Se tu fossi cappellano d'un reggimento…, del mio reggimento…., disse Vicenzino.

Nella sua desolazione Vincenzo s'aggrappò a quell'idea che gli permetteva di fare una vita attiva, di vivere in caserma, di battersi, di raccogliere i feriti, di assisterli, di conservare alla sua famiglia il benefizio del quale viveva, essendo meno prete ed un po' soldato. Ne parlarono a lungo, e Vincenzo, coll'ardore che metteva in ogni cosa, finì coll'innamorarsi della sua missione di cappellano, e gli ultimi giorni della sua vacanza apparve animato, eccitato, contento, e partì colla fantasia riscaldata, facendo giurare a Vicenzino di tenerlo informato di quanto si preparerebbe per la liberazione di Venezia, e di chiamarlo al primo sintomo di prossima guerra.

VIII.

Prima d'andare a rinchiudersi, Vincenzo pensò a provvedersi di libri, per isfogare colla lettura, la passione che gli ferveva nel cuore. Comperò i romanzi di Guerrazzi, di Massimo d'Azeglio, di Tommaso Grossi, e li lesse e rilesse con l'avidità di chi morde un frutto proibito.

Ma, accanto ad ogni maschia figura d'eroe, egli trovava una dolce figura di donna, il cui nome si confondeva con quello della patria nel pensiero del guerriero innamorato. E, a misura che il tempo passava, il conforto che il povero seminarista aveva trovato nell'idea di farsi cappellano di reggimento, prete-soldato, non gli bastava più; tornava a sorgergli nell'anima, più ardente di prima, la ribellione contro il suo destino. Alle scene di guerra che avevano turbata la sua fantasia, ora succedevano le scene d'amore, che la turbavano ben più. Gli bastava di portare lo sguardo sulla tonsura de' suoi compagni, per sentirsi tutto ardere di sdegno. L'uscire in istrada colla lunga fila dei seminaristi era un supplizio per lui. Gli pareva che gli uomini ridessero nell'incontrarlo, e che le donne, nel guardarlo, non arrossissero come arrossivano guardando gli altri giovani della sua età. Si ricordava la contadina rubiconda che sulla strada di Santhià gli aveva detto: «Che bel prete!» E si mordeva i pugni e piangeva di rabbia. Egli non sarebbe mai altro che un bel prete!

Quei due anni, dal sessantaquattro al sessantasei, furono due anni di tortura per lui. La sua veste nera gli era divenuta addirittura odiosa. Non osava confidare a Vicenzino le angoscie segrete che lo agitavano; si vedeva preso inesorabilmente nella fatale alternativa di essere un cattivo prete o un figlio crudele, troppo debole per accettare il sacrificio, troppo buono per liberarsene ad ogni costo.

Intanto Vicenzino viveva nell'azzurro di un bel sogno d'amore. Stando in casa coll'Elena, omai vicina ai quindici anni, bionda, pallida, sentimentale come lui, dal cuore generoso, dalla mente elevata, era venuto a poco a poco a trattarla con intimità fraterna.