La Laura era nata massaia. Trottava tutto il giorno per la casa, dalla cantina al solaio, badando alla cucina, alla guardaroba, alle provviste per l'inverno, dando ordini, ricevendo conti. La Maria andava ancora alla scuola, e quand'era in casa correva sempre sulle calcagna della sorella più attiva. L'Elena invece aveva dei gusti signorili. Le sue mani erano sempre bianche, e ne aveva una cura grandissima; portava i suoi vestiti, più che modesti, con un garbo squisito, e trovava sempre modo d'avere un fiore nei capelli e qualche nastro sul petto. Delle faccende domestiche aveva scelta la più pulita. Riceveva e raccomodava il bucato. Il tavolino da lavoro dove altre volte si occupava come sapeva meglio la Caterina, ora era diventato il posto dell'Elena, che ne aveva coperto il cuscino con un ricamo, e ci aveva messo accanto un bel cesto di vimini ricamato anch'esso, nel quale riponeva la biancheria da rammendare. Nella cassetta del tavolino teneva sempre qualche libro, e tratto tratto lasciava il lavoro per leggere un poco.
Vicenzino studiava allo scrittoio poco discosto, e quando aveva finito, non aveva che da voltare la sedia per trovarsi accanto al tavolino dell'Elena, in faccia a lei. Le parlava del libro che stava leggendo, delle lettere di Vincenzo, della sua infanzia triste da fanciullo malato, dell'America; le confidava i suoi disegni d'avvenire.
—Sono avvezzo a studiare da solo. Nel tempo che sarò soldato studierò sempre, assiduamente, e quando ritornerò, potrò avere il diploma superiore per insegnare nei licei. Allora avrò una buona situazione.
Non diceva di più. L'Elena era troppo bambina perchè egli osasse parlarle d'amore. Ma pensava che nei due anni che gli rimanevano, avanti di essere chiamato alla coscrizione, la bambina sarebbe diventata una giovane, e l'avrebbe amato, e prima di partire per quella lunga assenza, col cappotto e la giberna, egli le avrebbe svelato il suo segreto, ed avrebbe portato con sè, nella vita rumorosa delle caserme, nelle marce faticose, nell'uggia delle manovre, nell'eccitazione della guerra, la soave fiducia d'essere amato, di trovare al suo ritorno quella dolce fanciulla bionda che lo avrebbe aspettato, che gli porgerebbe la mano, e gli direbbe «sono tua». E la situazione, guadagnata con tanto studio e tanta fatica, egli potrebbe dividerla con lei, colla sua sposa, solo con lei, in un lungo avvenire d'amore e di pace.
IX.
Ma prima che la coscrizione chiamasse Vicenzino a portare il cappotto e la giberna, il movimento del 1866 per la liberazione del Veneto, venne a fare un'utile diversione nelle idee dei due giovani. Appena Vicenzino potè scrivere segretamente all'amico, che Garibaldi raccoglieva i volontari per una prossima guerra, il povero seminarista dimenticò i suoi segreti dolori, e, bollente di patriottismo, non pensò che ad ottenere da suo padre il permesso d'uscire temporariamente dalla sua prigione per andare a battersi. Il signor Anselmo Dogliani non era uomo da opporsi.
Verso la fine di maggio i due cugini partirono per Milano, eccitati dalla novità del viaggio, dei nuovi paesi, della guerra, comperando ad ogni stazione giornali e proclami, stringendo amicizia coi giovani della loro età che viaggiavano verso la stessa meta, sognando la camicia rossa e la vittoria.
Ma furono presto separati. Vicenzino rimase ferito nel primo scontro a Ponte Caffaro, e fu trasportato all'Ospedale di Salò. Vincenzo andò solo a Monte Suello ed a Bezzecca, col cuore diviso tra l'entusiasmo della guerra e l'ansietà per l'amico lontano; ed appena i corpi volontari furono sciolti, corse a raggiungerlo. Vicenzino era fuor di pericolo, ed in istato di essere condotto a casa. Ma era ancora debolissimo; il viaggio era lungo, il caldo opprimente. Bisognò farlo viaggiare comodamente, lasciarlo riposare una notte a Milano, un'altra a Novara. Vincenzo lo accompagnava con una sollecitudine affettuosissima, scegliendo i treni del mattino per evitargli l'ardore dei vagoni infocati dal sole di agosto, procurandogli i brodi sostanziosi di cui aveva bisogno, reggendolo fra le sue braccia quando doveva fare qualche passo. Vicenzino, colla mente confusa dalla eccessiva debolezza, senza voce per parlare, sentiva dolcemente quella tenerezza da amico, e la confondeva nel suo pensiero coll'altra tenerezza lungamente sognata; e, malgrado le sue sofferenze ed i disagi del viaggio, assorto in una specie di vaneggiamento sereno, si sentiva felice.
Vincenzo invece, appena cessato l'eccitamento della battaglia, aveva pensato con raccapriccio al ritorno in seminario, ove doveva ricevere gli ordini maggiori alla fine d'agosto, dopo pochi giorni soltanto: gli ordini maggiori che lo consacravano prete, che lo obbligavano a rinunciare per sempre ai sogni inebrianti della sua gioventù. E si era fatto cupo, silenzioso, scoraggiato, e tratto tratto un impeto d'ira gli faceva salire il sangue al volto, o la profonda disperazione gli strappava le lagrime.
Quando, arrivati a Santhià, i due giovani entrarono in casa, l'uno appoggiato all'altro, le fanciulle, che erano corse ad incontrarli, nell'entusiasmo che in quei giorni riscaldava tutti i cuori, li abbracciarono tutti e due come due fratelli. Vincenzo, coll'animo in tempesta, rimase freddo; non era più il giovane ardente di due mesi prima: un'ombra di tristezza profonda oscurava il suo volto. Ma la fine inaspettata e sconfortante della campagna, gli forniva un pretesto per nascondere i suoi veri sentimenti. Alle domande inquiete dell'Elena e di suo padre, rispondeva: