— Poveretti!

Non l'avessi mai detta quella parola orgogliosa! Da Lucifero in poi, la superbia non ebbe mai miglior risultato che un capitombolo. Io ero destinato ad aggiungere un documento di più alla serie già numerosa di documenti, che provano la vanità delle cose di questo mondo.

Mentre ero assorto nella contemplazione della mia grandezza, vidi venire dall'estremità del giardino un signore abbrunato dal sole come una statua di bronzo, con un giubbino di tela bianca, ed un largo cappello di paglia. Camminava colle mani dietro il dorso canticchiando: «Uhm! Uhm! Uhm!» Teneva nella destra una piccola falce, lucente come un quarto di luna.

Quando fu vicino alla bella pianta d'arancio, che era come chi dicesse il mio albero genealogico, osservò con compiacenza il tronco robusto, le foglie spesseggianti, ed i fiori; fiori bassolocati, i miei umili fratelli che avevo disprezzati.

Ma invece di dividere la mia commiserazione, quel signor Botanico esclamò:

— Bella pianta! Bella fioritura, per bacco! Questa va mandata all'esposizione.

Quella parola mi scese nel calice, soave come una goccia di rugiada! L'esposizione! Era là che la mia posizione eminente avrebbe attirata l'ammirazione di tutti.

Ad un tratto il signor Botanico alzò lo sguardo fino a me. Cercai di allargarmi e rizzarmi sullo stelo per piacergli. Ma egli si rabbuiò tutto in volto, e si pose a chiamare:

— Michele! Chele! Cheee!

— Signore! rispose il giardiniere sbucando in lontananza da dietro un chiosco di gelsomini, e correndo, con grande accompagnamento di zoccoli, alla nostra volta.