— Chi v'ha insegnato a lasciar allungare un ramo a quel modo? gli gridò il padrone accennando il mio ramo. Mi guasta tutta la pianta. Voi non badate a nulla. Ch'io stia una settimana in città, e ritrovo il mio giardino ridotto come l'orto di Renzo.
Il giardiniere non sapeva come fosse l'orto di Renzo. Ma io, che in una precedente esistenza aveva udito leggere i Promessi Sposi, stando nei capelli d'una bella signora, ed ero morto soffocato tra due pagine di quel libro, compresi benissimo. Lo slancio preso dal mio ramo non andava punto a genio del signor Botanico; provai un'angoscia indicibile.
— Vuole che lo tagli quel ramo, signor padrone? domandò con piglio compunto quello snaturato giardiniere.
Se avessi potuto stritolarlo!
— Sì eh? A quest'ora ci pensate? Ma quando sono qui io non ho bisogno di voi. Stateci attento un'altra volta.
Nell'agonia di quel momento i miei sentimenti erano così eccitati, che stavo per fare un miracolo, ed in uno sforzo supremo sciogliere la parola, ad eterna meraviglia del signor Botanico e di tutti i botanici presenti e futuri. Ma non ne ebbi il tempo. Vidi il signore color di bronzo alzare il braccio verso di me, vidi balenare nella sua mano il piccolo quarto di luna, sentii un dolore atroce alla congiuntura del ramo. Tutto il paesaggio mi oscillò d'intorno; perdetti l'equilibrio, e caddi rovinando a terra, mentre il signor Botanico si allontanava ripetendo in tono di soddisfazione il suo piccolo crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!»
* * *
Là, umiliato ripensavo ad Icaro, che era caduto anch'esso per aver voluto salire troppo alto; e le mie povere foglioline bianche si rammollivano al sole come le sue ali di cera.