Alla vista di quella fanciulla, le mie idee coniugali si ridestarono. Era lo stomaco delle mie aspirazioni. L'apparecchio digestivo d'uno struzzo nel petto gentile d'una bella signorina di vent'anni.

Non sapevo chi fosse. Aveva l'aspetto ed il vestire d'una straniera. E la signora che l'accompagnava, piccola, grossa, col viso infiammato, ed una pioggia di ricci d'un biondo scialbo misto di grigio lungo le guancie, gli abiti corti, le scarpe di grossa pelle a doppia suola, ed un lungo velo turchino sopra un cappello ridicolo, era quanto si potesse desiderare di meno bello, ma di più touriste.

Però quella specie di pallottola, del peso di qualche tonnellata, aveva cinguettato in italiano:

— Sbrighiamoci; è l'ora del pranzo.

Aveva veramente cinguettato? Il suo accento era veramente straniero? Non avrei saputo dirlo. Avevo fissata tutta la mia attenzione sulla giovine, e queste considerazioni circa la loro nazionalità le facevo dopo, fondate sopra memorie molto vaghe.

Ad un tratto mi colpì improvvisa ed atroce come un crampo allo stomaco questa idea:

— Se sono straniere in viaggio, può darsi che partano domani, che siano già partite questa sera, per Londra, per Nuova-York, per le steppe della Russia, e che io non le riveda più.

Parlavo in plurale, ma il mio rimpianto era per una sola.

Era notte inoltrata quando mi venne quel pensiero pauroso. Passai delle ore agitatissime, ed appena fu giorno, mi slanciai ai musei, alla sala d'armi, al giardino del re, al cimitero. Visitai molte chiese, poi il Teatro Regio, desolato come un disinganno, alla luce scialba che vi penetra di giorno, coi palchetti vuoti cavernosi come tante orbite cieche. Ma in nessun luogo incontrai la bella straniera.

— Sarà andata a Superga, pensai.