— Sissignore. Ha detto numero trentuno.
Guardai meglio; era proprio quel numero e quella contrada... Ma la porta era buia, e la scala poco illuminata. Non si vedeva un servitore, non s'udiva alcun suono, non c'era una carrozza. Ed erano le dieci e mezzo.
Salii al primo piano. Tutti gli usci chiusi, e profondo silenzio. Salii al secondo: usci chiusi ed un fievole suono in lontananza. Al terzo piano il suono si faceva un po' più distinto. Doveva esser là. Ma gli usci erano sempre chiusi.
Per quanto la cosa mi paresse strana sonai il campanello.
— Forse non avranno abbastanza servitù per lasciare una persona fissa alla porta, pensai.
Venne ad aprirmi lo stesso scrivano del mio notaio, da cui avevo estorto l'invito. Servitori punto. L'unica lampada dell'anticamera mandava un profumo di petrolio fatale al mio stomaco. Fui sul punto di tornare indietro. Ma pensai a miss Gemmy, così elegante, così bella, e con un eroismo da innamorato, mi tolsi il soprabito.
— Oh mio Dio! esclamò lo scrivano stupefatto, come se dal mio soprabito avesse veduta uscire la statua del Conte Verde a cavallo.
Lo guardai con disprezzo. Come voleva che vestissi, quel selvaggio, dove le signore erano in bianco? Osservai la sua giacchetta, il suo gibus, la sua cravatta scura.... E là dentro c'era miss Gemmy colla nuvola di tulle.... Mascalzone!
Entrai in una sala col gibus sotto il braccio, chiudendomi il terzo bottone d'un guanto, e pregando lo scrivano di presentarmi alla padrona di casa.
— Scusi non c'è. Dev'essere di là.