— Al confronto di quell'estrema delicatezza, io che senza essere nè cupido, nè avaro, non avevo mai avuta l'idea di trovarmi umiliato per rapporti di denaro con chicchessia, mi sentii compreso da tanta inferiorità, che non osavo quasi più parlare, e sostenevo male la conversazione con frasi scucite, alle quali Clelia rispondeva con monosillabi, senza alzar gli occhi. Compresi che quel denaro posto là tra me e lei sul tavolino era la causa della sua confusione e mi ritirai.
— Il mio cuore d'artista, che s'era conservato entusiasta e buono malgrado la vita burrascosa d'un giovine affatto libero, era fatto per apprezzare le cose belle, per amarle con passione.
— Così non mi feci neppur un momento l'illusione di rimanere con quella fanciulla nei prosaici rapporti di padrona di casa ed inquilino, e nemmeno in quelli paradossali dell'amicizia. L'amore non mi venne addosso inavvertito. Da quel primo giorno, da quella prima ora, sentii che avrei amata Clelia con tutto l'ardore di cui era capace il mio cuore. Ma non pensai menomamente di fuggire, di sottrarmi a quel fascino: lo guardavo venire con delizia, come si guarda in aprile rinverdir la natura, gonfiarsi le gemme, sbocciare le rose.
— Quando rividi Clelia il giorno dopo, non le parlai più di pigione, di denaro. Discorremmo d'arte, di libri, di teatri, di amici lontani, di noi, di tutto. Ed allora non fu punto impacciata; le parole non le morivano fra i denti come la sera innanzi; parlava con entusiasmo, e mi guardava negli occhi senza sfrontatezza, ma con un'espressione di curiosità e di simpatia.
— Così passarono dieci giorni. Dieci giorni così belli, così inebbrianti, che darei tutto il sangue delle mie vene per farli rivivere. Amavo quella fanciulla come un pazzo; e sentivo il bisogno di dirglielo, di dirlo a tutti, di gridarlo sui tetti. E tuttavia la sapevo così delicata, che temevo d'offenderla. Esitai due giorni ancora. Ma la passione, la speranza, la gioia mi gonfiavano talmente il cuore, che mi pareva dovesse scoppiare. Tremavo da un momento all'altro di non sapermi frenare, di saltarle al collo e di coprirla di baci, senz'altro preavviso a costo di farmi scacciare come un malcreato. Non potevo più vivere così. Bisognava che ella mi amasse, o che me ne andassi per non vederla mai più.
— Una sera stavo seduto accanto a lei che lavorava. Frenai i miei impeti entusiastici, e cercai di fare la mia dichiarazione un po' indirettamente ed accartocciata, come si usa fra persone ammodo.
«Lei non ha altra affezione al mondo che per sua sorella, signora Clelia? le domandai.
«Perchè me lo domanda?
— Ella mi diede questa risposta continuando a lavorare, tranquilla, senza il menomo imbarazzo. Mi parve molto fredda. Provai nel cuore un senso di delusione penoso, e tra l'amore e lo sdegno, tutti i miei propositi di convenienza sfumarono; me le accostai all'orecchio fin quasi a toccarlo colle labbra, e con tutta la passione che mi sentivo nel cuore, le dissi:
«Perchè vi amo, Clelia. Vi amo!