— La prima cosa che vidi fu un cavalletto, su cui stava una tela finita, rappresentante due teste alate. Ma non erano teste di puttini. Erano due belle teste di donna, piene d'espressione e di vita. Una, pallida, con una ricchezza di capelli, di ciglia e di sopracciglia d'un bel castano chiaro e due grandi occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce. L'altra sembrava piuttosto la testa d'un'amazzone che quella di un angelo. Capelli nerissimi, occhi neri scintillanti, profilo greco, bocca stretta e severa, carnagione bruna, colorita, attraente.

— Erano due belle teste ed era un bel lavoro. Stavo assorto in quella contemplazione che mi appassionava come uomo e come artista, quando udii aprire l'uscio del salotto, ed una voce lieve lieve mi disse:

«È il signore che desidera di vedere il quartierino da affittare?

— Mi voltai a quella simpatica voce di donna; ma invece di risponderle, misi un'esclamazione di meraviglia.

— La signora che mi aveva parlato era l'originale della testa alata, dagli occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce.

— Ella comprese la causa del mio stupore, e mi disse:

«Ha osservato quel lavoro, nevvero? Deve trovarmi vana assai per essermi ritratta così. Ma veda: non ho che una parente al mondo, una sorella che mi è tanto cara. E viviamo lontane, lontane. Quando ho cominciato questo quadro destinato a lei, mi venne naturale di ritrarre il suo bel volto; e poi non ho potuto rassegnarmi e mettergli là accanto una testa qualunque, ideale o vera, ma indifferente. Ci voleva la testa di qualcuno che l'amasse, e ci ho posta la mia.

— Ella aveva cessato di parlare, ed io non pensavo a risponderle ed ascoltavo sempre, e quella voce lieve lieve vibrava ancora nell'aria intorno a me. Era lei l'originale del quadro; l'aveva dipinto lei! Era giovine; era bella di quella bellezza sofferente che interessa ed affascina; era artista come me.

— Trovai superbe quelle camere che dovevano farmi vivere accanto a lei; e mi affrettai ad impadronirmene.

— La mia padrona di casa era una signorina. Si chiamava Clelia Moris, ed aveva ventiquattro anni. Era una natura eletta, aristocratica, delicata, fatta per vivere in un ambiente di poesia; le cure materiali dell'esistenza la urtavano penosamente. Quando le domandai il prezzo del mio nuovo alloggio, me lo disse rapidamente, senza guardarmi, a bassa voce, ed arrossì fin sulla fronte. Quando la sera, appena installato in casa sua, le posi dinanzi il denaro, ella arrossì ancora di più; cercò di profferire un grazie che le rimase fra i denti; tenne sempre gli occhi fissi sul lavoro, si diede a cucire con una rapidità febbrile, e lasciò il denaro sulla tavola senza osare nè di ritirarlo, nè di guardarlo.