— Tre anni sono, disse, ero un giovinotto allegro, pieno di vita, affettuoso, noncurante del domani, amante del lavoro, appassionato per la mia arte, nella quale mi sentivo capace di riescire a qualche cosa.
— Bada alla tua modestia, Gustavo. La farai arrossire.
— No; lasciami dire quel tanto di buono che ho avuto; ne avrò bisogno per farmi perdonare il tanto male che mi resta a dirti.
Poi soggiunse con un sorriso penoso come una lacrima:
— Parlo di un morto. Il Gustavo d'allora non esiste più.
E continuò a rimovere vivamente quel pugno di sassolini, a gettarli in alto ed a riprenderli, finchè l'intenerimento che gli aveva fatta oscillare la voce nelle ultime parole fu dominato. Allora riprese senza alzare lo sguardo:
— Una mattina giravo per Milano cercando alloggio. Passando in via dell'Unione, vidi ad una porta un appigionasi, ed entrai.
«È al secondo piano, l'uscio a destra,» mi disse la portinaia.
— Salii. La serva che venne ad aprire m'introdusse in un salotto, e mi lasciò dicendo:
«S'accomodi. La signora verrà a momenti.