— Forse m'aveva scritto?

— Corsi alla posta. Vi trovai infatti due lettere ferme in posta, perchè non le avevo mandato il mio indirizzo. Una aveva la data di pochi giorni dopo la mia partenza. Clelia era già inquietissima del mio silenzio; mi pregava di scriverle; era tormentata da presentimenti dolorosi e strani. Quelle fibre tanto delicate e nervose, presentono vagamente il male che noi facciamo loro, mentre noi, nature meno squisite, lo comprendiamo appena quando ne vediamo le conseguenze irreparabili.

— L'altra lettera era scritta soltanto da quattro giorni. Erano poche parole. Clelia era ammalata; l'agitazione, l'incertezza in cui l'avevo lasciata, avevano abbattute le sue poche forze. Le era tornata la febbre, e si sentiva debolissima. Ma aveva sempre fede in me. E mi pregava di tornare, di tornar subito, se non volevo che morisse di cruccio.

— Lacrime di vero cordoglio, di rimorso, di vergogna, mi bagnarono gli occhi, mi gonfiarono il cuore.

— La sera stessa lasciai quella donna malaugurata, e partii.

— Ma quella lettera era giunta da quattro giorni. Erano cinque giorni che Clelia l'aveva scritta, ed io giunsi a Milano dopo due altri giorni. Mio Dio! Cosa poteva essere accaduto in quel tempo?

— Quando sonai alla porta di Clelia il cuore mi batteva da spezzarmi il petto. La serva mi disse con amarezza:

«Ben presto l'avrà uccisa del tutto, sarà contento.

— Sentii che meritavo quel rimprovero, e la seguii senza risponderle a capo chino, cogli occhi gonfi di lacrime.

— Quando stavo per entrare nella camera di Clelia, Rosa mi disse ancora: