«Ditela, Vittoria: ma ditemi prima che non c'è nulla che v'impedisca di accettare la mia proposta.

Ella sorrise, e senza tener conto di quella preghiera, mi raccontò la sua storia.

«Avevo diciotto anni, quando mio padre, che era notaio, morì lasciando mia madre con due figliole, di cui ero la maggiore, senz'altro avere che il suo studio. Questo si dovette vendere, e dopo molte noie di conti, di minutari, di dare, d'avere e che so io, si trovò che ci restava appena appena da vivere malamente. Io avevo recitato parecchio da dilettante, in campagna, nelle serate di beneficenza, e mi pareva di fare benino. Ad ogni modo ci avevo passione, e dissi alla mamma che mi lasciasse far carriera da attrice per aiutare un poco la nostra povera famigliola.

«Ma sì. Andate a dir codesto ad una signora di principii evangelici come la mamma! Lei ci vedeva il diavolo con tutti i sette peccati capitali a braccetto, dietro le quinte. E mi fece invece la sua brava proposta tutta morale di fare gli studi magistrali, prendere il diploma, e colla raccomandazione del sindaco e dello speziale, cercar di ottenere il posto di maestra comunale a Desio, presso Monza, dove il babbo aveva un villino, che noi si era venduto col resto.

«Pensate, Gustavo, se io ero donna da insegnare l'alfabeto e le quattro operazioni aritmetiche ad una quarantina di marmocchi tutti i santi giorni dell'anno per guadagnare trecento trentatre lire e trentatre centesimi.

«Scrissi di mia testa al direttore d'una compagnia drammatica, il quale mi aveva udita recitare più volte e mi aveva incoraggiata molto, e senza dirgli dell'opposizione della mamma, gli narrai le nostre circostanze finanziarie, la morte del babbo, e gli proposi di prendermi nella sua compagnia.

«Egli mi fece delle condizioni modeste ma accettabili, e certo migliori assai di quelle che si fanno alle maestre. Ma era inutile sperare che la mamma mi desse il suo consenso, ed io ne feci senza. Un bel giorno invece di andare alla scuola magistrale andai allo scalo, presi il mio bravo biglietto di seconda classe, perchè non avevo quattrini da sciupare, e via!

«Avevo lasciata una lettera alla mamma dicendole dove andavo e tutto, e pregandola di perdonarmi e di non farmi tornare. Ed infatti non mi fece tornare, ma mi rispose imponendomi di non portare mai più il nome della sua famiglia; di non pensare ch'ella potesse accettar mai il soccorso che io potrei offrirle coi miei guadagni, e di non andare mai più a Milano, dove il nome del babbo era conosciuto e rispettato, ed una figliola commediante gli avrebbe fatto disonore.

«Mia sorella, che mi voleva bene, mi scriveva segretamente, ma non le riescì mai di farmi perdonare, neppure quando la povera mamma stava per morire.

«Ero fidanzata da due anni ad un mio cugino che studiava legge, e dovevamo sposarci quando avesse presa la laurea.