Ma la sua schietta affezione, le sue tenerezze sono un continuo rimprovero alla mia coscienza. Sento che questo stato di cose non può durare. Bisogna ch'ella sappia tutto. Che mi perdoni, e mi renda la felicità e la pace; o mi disprezzi, mi scacci addirittura. Meglio morire disperato, che vivere così.
Gustavo era esaltato e commosso. Io stesso non trovavo parole per quell'angoscia; ero profondamente impietosito; comprendevo tutto lo strazio di un'anima delicata in quella situazione. La colpa era delle circostanze più che di lui; ma le conseguenze erano state terribili. Gli strinsi la mano in silenzio come per dargli coraggio. Egli riprese:
— Dimmi tu, Carlo. Cosa debbo fare? Ogni volta che vado da Vittoria ho il proponimento di dirle tutto; ed ogni volta il coraggio mi manca: ed ogni giorno commetto una nuova viltà. Cosa debbo fare? Consigliami, via.
— Mi fai pena, povero Gustavo; non ne hai colpa, ma hai ragione di sentir dei rimorsi. Non può durare così. Vuoi che faccia io qualche cosa per te? Vuoi farmi conoscere Vittoria, e lasciare che le parli io, e che le domandi io il tuo perdono?
Egli mi abbracciò con riconoscenza; mi chiamò suo salvatore, suo amico; ed il giorno dopo mi presentò a Vittoria.
V.
Era una simpatica giovine quella Vittoria; mi sembra di vederla ancora. Vestiva un abito bianco ampio, a lungo strascico, guarnito in giro di una larga striscia color d'arancia.
Aveva i capelli nerissimi, lunghi, folti, annodati con un grosso fiocco di nastro color d'arancia a sommo il capo.
Poche signore sanno vestire capricciosamente senza cadere nell'esagerazione. Vittoria possedeva quest'arte, e specialmente nelle abbigliature di casa, che non erano troppo schiave della moda, metteva un gusto squisitamente artistico.
Accompagnai Gustavo parecchie volte nelle sue visite ad Arona, per poter entrare con Vittoria in quel grado d'intimità necessaria per la missione di cui mi ero incaricato.