L'indussi a portare un guanto, anche quando lavorava. Ma era la stessa cosa. Fissava il guanto, pensava a quello che c'era sotto, e piangeva in silenzio; gli cadevano dei lacrimoni che mi straziavano il cuore.
In un mese si fece magro come un'ombra. Prima parlava pochissimo; poi finì per non parlare più affatto. La solitudine ed il raccoglimento che si procurava coll'insistente silenzio, lo concentravano sempre più in quell'idea fissa.
Qualche volta faceva dei gesti disperati. Dopo qualche tempo cominciò ad accompagnare i gesti con qualche parola che non rivolgeva a nessuno. Un giorno, dopo una lunga gita, vedendolo più triste che mai, gli rizzai davanti il cavalletto nella nostra camera d'albergo, e vi posi sopra un suo quadro incominciato. Al vederlo si ritrasse con raccapriccio, respinse la tavolozza che gli porgevo, e si pose a gridare mille cose insensate.
«Ch'egli era venuto al mondo in un quadro, e con due cuori. Ed aveva sempre vissuto in un quadro: e perchè aveva due cuori era morto due volte. Ma però la vita della gente che parla e ride e cammina non la sapeva, perchè nei quadri si vive in una continua tempesta; ed omai voleva provarla anche lui quella esistenza tranquilla senza cornice...»
La sua ragione era perduta, o almeno in grave pericolo. Lo condussi a Milano dal dottor Biffi.
Egli mi disse che non c'era punto sicurezza di ricuperare quella testa malata. Tuttavia si proverebbe a curarla; era tanto giovine....
Visitai lo stabilimento. Quelle camere ariose, pulite, quel servizio accurato, quella posizione salubre, quell'insieme di cura intelligente e cordiale, mi persuasero ad affidare al dottor Biffi il mio povero amico.
Egli rimase là senza la menoma resistenza. Comprendeva vagamente di essere ammalato, o almeno fuori dal suo stato normale, e d'aver bisogno di cura.
Allontanandomi dalla via San Celso, solo in una carrozza da nolo, piangevo come un disperato. Mi ero affezionato a Gustavo di quell'affetto intenso che nasce nella comunanza dei grandi dolori. Ed in quella casa di tristezza avevo lasciata una parte del mio cuore, la più cara e la migliore.
Quanto a Gustavo mi aveva veduto allontanarmi senza dare alcun segno di rammarico, come se avesse esaurita tutta la sua potenza di soffrire. Quell'apatia straziava l'anima a me, e faceva crollare il capo al medico.