Sul pianerottolo c'era un altro uscio proprio di contro al mio, e ci abitava una sarta. La mia unica finestra verso il cortile, era in faccia alla finestra del laboratorio.

Io ci guardavo dentro. C'era un gran paniere di vimini, pieno di stoffe e ritagli d'ogni colore, e di abiti in via d'esecuzione, intorno a cui cucivano, sedute in giro, cinque ragazze dai quindici ai diciotto anni.

Avevo diciotto anni io pure; e sapevo che gli studenti a Torino trovavano delle avventure. Dacchè ero a Torino per prepararmi ad un esame e pigliare una patente, mi consideravo uno studente anch'io, ed aspettavo le avventure. Sentii vagamente che per me dovevano cominciare da quel laboratorio; e non fui malcontento di quella persuasione.

Dal bel primo giorno passai subito tutto il mio tempo alla finestra per attirare l'attenzione, e non mi riuscì difficile.

Era un gruppo irrequieto, garrulo, giocondo, come una nidiata di passeri.

I primi a volgersi dalla mia parte furono due occhietti furbi, neri come il nerofumo che avevo in bottega, lucenti come la lampada a petrolio del mio banco; due occhietti che ridevano senza bisogno d'averne un pretesto. Una parolina susurrata e due colpetti di gomito a destra ed a sinistra, fecero alzare due grandi occhioni fieri e terribili, e due occhi azzurri come due pallottole d'indaco per la biancheria.

Le altre due fanciulle che compivano il circolo intorno al cesto, volgevano il dorso alla finestra, e per guardarmi dovettero torcere il collo e volgere lo sguardo indietro, ed io vidi i loro occhi soltanto di sbieco, e mi parvero loschi.

Stavo là ritto, impalato, lasciandomi ammirare.

La mattina seguente mi parve che ci conoscessimo un po' di più, dacchè c'era il precedente delle occhiate del giorno innanzi.

Mi credetti in diritto di fare un saluto, e mi si rispose con un cinguettìo sommesso fra le cinque testine raggruppate, con uno scoppiettìo di risate mal represse, con una serie di occhiatine furtive, maligne, rapidissime.