Ah, se mi fossi chiamato Ernesto come diceva lei! Ernesto!
* * *
Era come se quel nome fosse fatto di pece o di trementina. Mi si era appiccicato al cervello, e non potevo staccarmelo più. Avrei dati fin gli scaffali della mia bottega per potermi ribattezzare.
Tentai ancora più volte di riaffacciarmi alla finestra; ma suscitai sempre la stessa ilarità. Dovetti rinunciarvi.
Ad un tratto mi venne, improvvisa come se un amico me la susurrasse all'orecchio, una idea luminosa.
— Perchè non potrei chiamarmi Ernesto? Chi me lo impedisce? C'è forse qualcuno che ha acquistata la proprietà di quel nome? Posso pigliarla io quanto un altro. A Torino nessuno sa che mi chiamo Eustacchio, fuorchè quelle fanciulle. Che non mi vedano più, ed in un paio di giorni mi avranno dimenticato, ed avranno trovato un altro argomento da divertirsi...
Avevo preso in affitto la camera per una settimana. La mia pigione scadeva appunto il giorno seguente. Invece di rinnovarla feci fagotto, mandai un sospiro alla finestra del laboratorio, senza affacciarmi per non udire quelle risate schernitrici, e via per Torino in cerca di un altro alloggio.
Lo trovai in via Pio Quinto, all'altro capo della città. Mi presentai sotto il nome di Ernesto, e posi il cartellino collo stesso nome sull'uscio. Poi scrissi a mia madre che avevo conosciuto un altro Eustacchio Rossi, e la pregai di dirigermi le sue lettere al nome di Ernesto per evitare confusioni.
Quel nome mi portò fortuna. Nessuno mi derideva più. Ebbi quasi subito un'avventura colla serva d'un salumaio sotto i portici di San Salvario. Non era bella come la sartorina dagli occhietti lucenti, ma era meno insolente. Mi voleva bene, mi trovava bello, e mi chiamava Ernesto.