Io glielo facevo ripetere cinquanta volte in un'ora. Non potevo saziarmi d'udire quel nome che mi accarezzava l'orecchio e mi compensava di tutti i dispiaceri che m'aveva dato quell'altro.
A poco a poco stando a Torino divenni elegante fino a farmi delle carte da visita. Non facevo visite, veramente. Ma ne avevo data una alla mia amante che l'aveva piantata nella cornice dello specchio, ne avevo piantato un'altra nello specchio della mia camera, ed una sull'uscio al posto del cartellino manoscritto.
Ormai nessuno poteva più negare che mi chiamassi Ernesto; era stampato. Erano le mie carte da visita quelle. Il giovine del trattore dove andavo a pranzare mi chiamava famigliarmente signor Ernesto; e mi faceva un piacere...
Fu un anno felice. Ero completamente libero. Prendevo sempre l'alloggio di settimana in settimana, e quando la mia servotta cambiava padrone, io cambiavo di casa per andarle vicino.
Da via Pio Quinto andai in via Vanchiglia, poi in via Plana, poi in Dora Grossa, poi d'un balzo fino in Borgo Nuovo. Ero perfettamente padrone di fare a mio modo. Non avevo bisogno neppure di scriverlo alla mamma, perchè aveva cominciato a mandarmi la prima lettera ferma in posta aspettando il mio indirizzo, ed aveva poi continuato sempre cosí.
Ci volle un anno intero per prepararmi all'esame. Gli altri si sbrigavano più presto; ma io non avevo un cervello vulcanico. Però quell'anno era passato presto.
Stavo per avere la patente.
Poi sarei tornato a Fossano carico d'allori, avrei preso il mio posto di padrone nella mia bottega, ed in quella circostanza gloriosa, non disperavo che anche la mamma consentisse a chiamarmi Ernesto. Soltanto non avrei potuto metterlo sull'insegna in causa della patente. Ah! questa pur troppo non si poteva avere senza presentare quella disgraziata fede di nascita!
* * *
La vigilia degli esami andando alla posta, trovai una lettera profumata come una scatola di canfora; ma non aveva odore di canfora, e portava tanto di cifra e di corona sulla busta.