— Non abbiamo libri.
— Leggete una commedia di Goldoni.
Il nostro caro capo di casa era un uomo positivo. Si occupava, o piuttosto s'era occupato di fisica, di chimica, di scienze esatte. Non amava le vaporosità sentimentali; abborriva i romanzi.
Una volta un suo lontano parente povero, ch'egli colla sua grande bontà manteneva a Torino per gli studi universitari, ebbe l'idea di scrivere un romanzo, e trovò un editore che lo stampò, forse in penitenza de' suoi peccati.
A titolo di riconoscenza il giovine autore dedicò quell'opera al suo benefattore, e gliene spedí una copia.
È l'unica volta che mi ricordo d'aver visto in collera quell'uomo, che era l'incarnazione della indulgenza, della mitezza. Non lesse una parola; non guardò neppure il titolo. Prese il romanzo colle molle (le compagne e la distrazione costante delle sue serate) lo mise sul fuoco; e finchè lo vide interamente bruciato picchiò i tizzoni con maggiore accanimento del solito. E da quel giorno soppresse la pensione al suo parente.
— Non voglio il rimorso d'aver fomentati i suoi cattivi istinti, diceva. Quando non avrà denaro in tasca, sarà obbligato a lavorare, ed il lavoro gli rimetterà la testa a posto.
Con queste idee, è facile immaginarsi come fosse fornita la nostra libreria quanto a letture amene.
Oltre una serie infinita di opere scientifiche, c'erano il teatro di Goldoni e quello di Alfieri.
Goldoni era il solo autore letterario che avesse trovato grazia agli occhi del nostro capo di casa.