— Ah sì! appunto; La sonate de mademoiselle votre fille, disse Odda con un'ironia che nessuno aveva mai trovata nella sua bella voce, prima di quella sera.
Valeria non ripicchiò la parola acerba della cugina, non si mostrò punto risentita. Sonò «Parigi, o cara» senza variazioni, e ridendo per la prima di quello scherzo, disse che non sapeva altro.
Ma ritirandosi nella sua camera, camminava lenta, a capo chino, ed era tanto impensierita che non s'avvedeva d'un'infinità di goccie biancastre, che la candela stearica le lacrimava sull'abito color di rosa.
Ella pensava:
— Se l'amore rende invidiose ed intriganti le anime belle come quella di Odda, meglio essere scettica e sposare un invalido, che guastarmi il cuore. Però non cercherò di sposare il suo invalido. Lui o un altro, mi è tanto indifferente!
* * *
Odda invece era trionfante, e le balzava il cuore di gioia.
— Sono ancora riescita ad innamorarlo, diceva tra sè guardandosi allo specchio mentre si scioglieva i magnifici capelli. E sorrideva al proprio volto, e ad un'idea giuliva che aveva in mente.
L'indomani si alzò per tempo; vestì un elegante abito da mattina sciolto, color di bronzo, con rabeschi di velluto lontra profilati in oro, raccolse i capelli in una retina di filo d'oro brunito, infilò due pianelline di pelle bronzata con una grossa fibbia dorata, lucente come il sole; sorrise ancora nello specchio a quella sua abbigliatura da civettuola, e s'affrettò nel salotto dicendo tra sè:
— Verrà; sono sicura che mi sta spiando.