«—Povera me! Se qualcuno mi vedesse!
«—Fu allora che mi nacque un sospetto; perdonami, Fulvia; ti amavo… E presi anch'io una carrozza di piazza, e seguii quella che ti conduceva. E scesi allo stesso albergo, e presi la camera accanto alla tua; e traverso la porta ti ho vegliata sempre. Ho vedute le tue impazienze, le tue lagrime. Ho udita la tua conversazione con Giorgio, e la terribile confessione del tuo amore per Guiscardi. T'ho veduta con lui… Ho sofferto, Fulvia; ho molto sofferto. Ma partii di là, ti seguii a Milano colla certezza che, se non mi amavi più, non avevi cessato d'esser buona ed onesta. Ti ricordi che quando volesti farmi la tua confessione, io ti risposi:
«—So tutto!
«—Te ne ricordi? Poi vidi la lotta che si agitava nel tuo cuore, quando una fatalità dolorosa e cara ci tenne per tanti giorni strettamente uniti al letto del povero babbo. Un istante mi parve che tu mi amassi ancora, e fu con tutta la sincerità del mio cuore che ti dissi:
«—Vuoi essere mia sposa domani?
«—Tu trovasti una scusa; respingesti l'offerta. Sentii che m'ero ingannato.
«—Allora mi ritirai colla morte nel cuore, e non pensai che a combinare coll'impresario per farti riavere la scrittura di Nuova-York, per allontanarti dai luoghi che ti ricordavano la dolorosa perdita del povero babbo.
«—Ma dopo la tua partenza, Torino mi riescì insopportabile.
«—Lasciai le mie lezioni, lasciai tutto; ti seguii in America, dove ottenni di dirigere l'orchestra d'un teatro secondario; e vissi vicino a te, e ti vidi, Fulvia; e la tua cameriera, che avevo saputo guadagnare, m'introdusse nelle tue stanze tutte le sere in cui per combinazione al mio teatro era riposo, mentre al tuo cantavi.
«—Sì, Fulvia; rinunciavo alla gioia di vederti, per sedermi al tuo scrittoio, nella tua poltrona, ed al lume della tua lampada, in quell'atmosfera piena di te, leggere, a misura che le avevi scritte, le tue memorie.