«—Allora conobbi i miei torti, Fulvia, ed il tuo amore; il tuo nobile e generoso amore.
«—Avrei voluto correre a' tuoi piedi e ridomandarti piangendo quella dolce promessa che la mia stupida freddezza t'aveva indotta a ritogliermi. Ma ero povero allora; non avevo più posizione; avevo lasciato tutto per seguirti. Era necessario ch'io mi rifacessi una rendita sufficiente per offrirti il mio appoggio.
«—Scrissi subito; ma ci volle del tempo, e quando mi fu offerto il posto di direttore d'orchestra in uno dei primi teatri di Vienna, tu eri partita da due giorni.
«—Partii subito anch'io, ma, sbarcato a Genova, dovetti fare una corsa a Milano, per firmare il contratto che mi assicurava un avvenire degno di te.
«—Allora, felice del tuo amore, e della mia posizione, corsi a Torino. La tua cameriera m'aveva detto a che albergo contavi discendere. Vi accorsi. Anche di là eri partita. Interrogai i pochi conoscenti che avevamo comuni, e dopo un giorno di ricerche inquiete, seppi che eri stata pochi giorni a Torino, che eri triste ed abbattuta, ed eri ripartita per Chamounix diretta al Monte Bianco.
«—Avevo letto le ultime pagine del tuo giornale, in cui esprimevi l'idea triste del suicidio. Un dubbio crudele mi strinse il cuore.
«—T'inseguii a precipizio. Giunsi a Chamounix avant'ieri. Credendomi già in ritardo, domandai soltanto se non erano accadute disgrazie, e tosto impresi la salita sperando di raggiungerti qui, o al Grande Altipiano… Mi ero vestito in modo da non esser conosciuto per risparmiarti una sorpresa forse fatale al tuo animo esaltato.
«—Oh! se tu sapessi, Fulvia, che angoscie mi straziarono il cuore a misura che salivo in quei deserti di ghiaccio. In ogni voragine mi sembrava di vedere un lembo delle tue vesti, di scoprire una traccia di sangue. Non ho sentito il freddo, non ho provato la menoma vertigine, non ho avvertito pericoli, non ho pensato che a te.
«—Ma quando scendevo disperato, cupo, deciso ad esaurire fin l'ultimo passo per trovarti, od a morire con te, lo spirito del povero babbo ti ha condotta in questa capanna. Egli è qui tra noi, ci ascolta e ci vede, Fulvia. Oggi come allora, te lo domando dal fondo del cuore: «Vuoi essere mia sposa? Vuoi lasciare la tua carriera, il tuo paese, e non vivere che per me? ed essere mia?»
«In quella sorpresa di gioia e d'amore il mio cuore lungamente oppresso si era sciolto, ed avevo pianto come la più miserabile delle donne. Era un pianto dolcissimo che mi faceva tanto bene. Non avevo detto una parola per interrompere il mesto racconto del mio bel Gualfardo. Lo ascoltavo, inebriata e felice di essere amata così; profondamente addolorata di averlo tanto male giudicato e compreso. Soltanto a quell'ultima soave preghiera esclamai tra i singhiozzi: