Era la sera d'una domenica. Fulvia non doveva cantare, ed era rimasta in casa. Giorgio, un altro amico ed io passavamo la sera con lei. La via Manzoni brulicava di folla elegante. «Usciamo sul terrazzo a vedere le signore che tornano dal Corso» disse Fulvia. Ed uscì. Io me le posi a destra, l'altro signore a sinistra. Il resto del terrazzo era ingombro di fiori. Giorgio rimase dietro a lei.

Egli era sempre melanconico anche quando scherzava, e scherzava molto per nascondere la sua pena. Si dissero amenità, si fece sfoggio di spirito a spese dei signori e delle dame eleganti che passavano nella via, si rise molto. Ed intanto si fece buio buio e la folla s'andò diradando. E colla folla e colla luce scomparve la vivacità del nostro spirito. La mia voce aveva ripresa quella nota profonda che aveva avuta già l'ultima volta che m'ero trovato solo con Fulvia; ed ella pure parlava con quell'altra nota di petto che, fin da quel giorno, aveva fatto riscontro alla mia.

Per appoggiarsi al terrazzo ella aveva conserte le braccia, e la sua mano sinistra rimaneva pendente sotto il gomito destro, e la destra sotto il sinistro. Io aveva preso la stessa posizione, sicchè la mia mano destra e la sua sinistra erano vicine, e la mia carezzava senza posa la sua, che non si ritirava punto, e riceveva passiva le mie carezze.

Ad un tratto, dopo averlo lasciato sino allora in piedi dietro a noi,
Fulvia fu presa da un'improvvisa pietà per Giorgio.

—Ed il povero Albani, esclamò, che se ne sta dietro tutto solo! Facciamogli un po' di posto. E così dicendo si strinse, non presso il suo vicino a sinistra, ma presso me, e, certo per fare che le braccia occupassero meno spazio, passò il suo nel mio e mi si serrò daccanto.

In quel momento il mio cuore prese a battere con tal violenza, che me ne echeggiavano i sussulti alla gola ed alle tempia. Premevo il braccio di Fulvia con sì vivo trasporto, che certo ella dovette sentire i miei palpiti. E la mia mano continuava a premere la sua.

Oh! tutta la mia vita per un'ora come quella! Le nostre persone aderivano, e le mani erano congiunte, e la mia testa sovrastava alla sua, ed il mio alito cadeva sui suoi capelli. Ella non mi guardava ed io non guardavo lei. Tutti e due avevamo gli occhi intenti giù nella via, dove non vedevamo nulla. Dicevamo cose insensate cogli altri amici, e si faceva un gran ridere.

Ma Fulvia ed io ridevamo non di allegria, di gioia; perchè omai una fase nuova era cominciata per noi; perchè sentivamo d'amarci e d'esserci rivelato a vicenda il nostro amore. Le nostre mani si stringevano con passione, si isolavano dalla conversazione, parlavano tra loro, si davano del tu. Quella di Fulvia diceva:

—Non più misteri fra noi, nè peritanze; io so che mi ami, e ti amo.

E la mia rispondeva: