V.
Stavo sotto l'incubo di quel legittimo orrore. Ed intanto la mia delicatezza cominciava a trovare ogni giorno più penosa l'idea di tradire un amico ne' suoi più cari affetti.
Una sera andai al teatro Carcano. Vi cantava una artista esordiente, giovane, simpatica.
La sera seguente il Carcano era chiuso. Il direttore dell'orchestra mi offerse di presentarmi a lei. Ero così triste, che proprio non desideravo far conoscenze; ma per compiacere il mio vecchio amico, andai con lui dall'artista all'Albergo Milano.
Trovai che la giovane signora conversava con un giornalista mio amico.
Era Giorgio Albani.
Il vecchio professore si ritirò alle nove. Io, giovane, non potevo ritirarmi così presto; sarebbe stato scortesia verso la signorina; era quanto dirle che la sua compagnia non mi tornava gradita.
Mentre io, sempre egualmente sollecito della salute del mio vecchio amico, lo accompagnavo—sino in capo alla scala,—la signorina disse a Giorgio:
—E quel signore che non ha preso il cappello e non m'ha salutata? Non se ne va?
—Perchè? Le dispiace? domandò Giorgio.
—Un poco; ha una cert'aria inquisitoria; quando mi guarda mi sembra di un'autopsia morale.