—Come s'inganna! È così sbadato, e così buono; quando lo conoscerà meglio, sono certo che le piacerà.

—Può darsi; ma intanto mi annoia; volevo fare una passeggiata, ma con quel signore non oso; mi dà soggezione.

—Massimo!? esclamò Giorgio ridendo.—Ma le giuro che egli non aspira punto a destare questo sentimento nelle signore…

In quella rientrai. Giorgio mi disse:

—Massimo, la signorina mi diceva che desidera fare una passeggiata; ma ha soggezione di te.

Egli diceva questo in aria di tanta ammirazione… si sarebbe detto che facesse un merito a sè stesso della timidezza di quella signora.

Giorgio sapeva ch'io non amo in generale le artiste. La libertà delle loro maniere mi dà uggia. Ed ora sembrava dirmi: Vedi che Fulvia non si emancipa; e, per essere artista, non cessa d'essere una signora?

Io contavo proprio quella sera di gettare colla mia presenza un raggio di felicità sull'esistenza della donna mia… Ma all'udire il desiderio dell'artista… esordiente, giovane, simpatica,—dovetti rassegnarmi, per delicatezza, a mettermi in terzo con lei e con Giorgio in quella passeggiata.—Ritirarmi sarebbe stato esternare il sospetto ch'essi stessero meglio soli… un uomo delicato non offende così gratuitamente una donna. Così, invece di tergere le lagrime della mia bella marchesa, mi rassegnai a sopportare il sorriso inesauribile di quella spensierata giovane. Ella scherzava su tutto. Pareva una cicala, nata solo per cantare.

Io, che avevo tanto amato i languidi sguardi, gli atteggiamenti melanconici della donna mia, sempre avvolta in una nube di tristezza, trovavo insoffribile il cinguettìo di quella nuova venuta.

Ciarlando un po' di tutto, ella venne a dire di essere stata raccomandata alla marchesa Vittoria Prandi; era la donna dei miei pensieri. E Vittoria, cortese e generosa, era corsa a vedere la giovane raccomandata nella sua camera dell'Albergo Milano.