«Scrivetemi spesso, ed amatemi come vi ama,

«Il vostro WELFARD HERBERT.»

«La freddezza nordica di quella lettera mi strinse il cuore. Dacchè amavo Welfard, era la prima volta che mi allontanavo da lui; la prima volta che ci scambiavamo una lettera. Per me era un grande avvenimento; e gliel'avevo detto, come aspettassi con ansia la sua prima parola scritta, come la sua stessa calligrafia che m'era ignota m'inspirasse la palpitante curiosità d'una rivelazione.

«Egli non accennava a nessuna di codeste emozioni; forse non le aveva trovate degne d'una risposta. L'unica parola d'affetto in tutta la sua lettera era una formola di saluto, un luogo comune. Forse una tedesca l'avrebbe trovata abbastanza espansiva. Ma io, nel mio caldo cuore italiano, me ne sentii delusa e quasi offesa.

XVII.

A questo punto delle confidenze di Fulvia, posai il manoscritto, e mi guardai intorno trasognato.

Era l'anima sincera di Fulvia che traspariva in quelle confessioni, scevre egualmente di vanità e di falsa verecondia. Era la sua ingenua abitudine di dire la verità ad ogni costo, senza ostentare virtù trascendentali, riconoscendo i proprï torti; considerando le cose nella loro realtà.

Sentivo che mi aveva aperto tutto quanto il suo cuore, che non aveva più segreti per me.

Un sentimento nobile e puro, ed un debito di riconoscenza. Ecco tutto il suo passato.

Ed il punto nero ch'io credevo trovarvi?