Povera Fulvia! L'avevo commiserata come una colpevole, ed era pura come un lembo di cielo. Povera, povera Fulvia!

Il sole irradiava la camera avvolgendo gaiamente il mio letto in un'onda di calore e di luce. Il mio cuore era lieto. Mi vestii canticchiando, e sorrisi al sole che rinasceva più bello e più ardente dopo la oscurità della notte, come il mio amore dopo il gelo del sospetto. Lo dissi:—io non so amare che a sbalzi.

Ma non potevo comprendere che quella freddezza fosse stata solamente in me. Mi pareva che fossimo stati moralmente disgiunti, ed ora ci riunissimo; sentivo il bisogno di essere assicurato ch'ella mi amava ancora. Ella, che me l'aveva detto la sera innanzi, ella che aveva scritto tutta la notte per me!

Balzai in piedi, mi vestii in furia, uscii correndo, e non mi fermai che sulle scale dell'Albergo Milano, dove tre camerieri m'inseguirono e m'arrestarono come un ladro, per dirmi:

—Il numero 17 è uscito!

Il numero 17 era Fulvia! Briganti! Li respinsi come tre creditori, e ripresi a salire dicendo:

—Aspetterò la signora Zorra.

Ma anzichè comprendere la mia lezione uno di essi staccò la chiave dal quadro, e mi precedette gridando a' suoi compagni, a' suoi complici:

—Quando torna il numero 17 direte che c'è gente in camera ad aspettarla.

Entrai ardito e solo in quella camera, in quel santuario, dove il mio amore aveva bamboleggiato come un fanciullo, sognato come un poeta, sperato come un credente, sofferto come un martire.