Le domandai dov'era stata.
—Oh mio Dio; non mi ci fate pensare Max. Sono stata all'agenzia a firmare la scrittura per Reggio di Emilia. Parto domani.
Il mio amore, che si stava addormentando dinanzi alla sua facile ammirazione, alla sicurezza del suo affetto, si ridestò d'un tratto a quell'annuncio. Separarci, perderla, vedere lo spazio frapporsi come ostacolo tra noi; tuttociò riponeva Fulvia nel novero della aspirazioni, ne rifaceva un frutto proibito; e come tale sentii d'adorarla, mi afflissi della sua partenza, cercai di oppormivi, di protrarla. Ed il suo povero cuore di donna, già addolorato da quella separazione, si abbandonò al suo dolore, e pianse. Io cercai di consolarla; ma le mie parole quanto più erano affettuose, tanto più aumentavano la sua commozione, le sue lagrime. Ed il suo pianto diveniva angoscioso e convulso.
Allora mi allontanai per lasciarla calmarsi, ed andai a sedermi al pianoforte. C'erano due sgabelli rimasti dal mattino quando forse si era suonato a quattro mani. Io mi sedetti dalla parte dei bassi, e curvandomi con molto disagio suonai la sinfonia del Freyschütz; poi l'aria del tenore nel primo atto: L'onda, il colle, il prato, il bosco.
I singulti di Fulvia s'erano allentati man mano. Mi voltai. Ella stava guardandomi col mento appoggiato alle mani incrociate; era accesa in volto ed aveva gli occhi gonfi. Mi baciai una mano poi vi soffiai sopra per mandarle il bacio. Ella volle sorridermi, ma le lagrime tornarono ad empirle gli occhi. Allora le dissi:
—Cantate, Fulvia; venite a cantare.
Ella si alzò asciugandosi gli occhi, e, con voce ancora piangente, mi disse, allontanando l'altro sgabello:
—Tiratevi in mezzo. Siete seduto a quattro mani.
Io risi e mi divertii di quello scherzo come del più felice motto di cui possa gloriarsi il Pompiere, e riescii a far ridere anche Fulvia, che, come tutte le persone nervose, non era mai tanto facile a ridere come quando aveva pianto.
Allora intuonai la grande aria di Agata: Perchè non giunge il sonno. E Fulvia la cantò divinamente, passando dal lagno increscioso alla dolcezza della preghiera, poi al terrore passionato, alla supplichevole invocazione di pace, ed alla calma serena di un'anima che ha pregato e spera. Ma quando fu alla stretta: O dolce mia speranza, o dì beato, non volle assolutamente cantarla, disse che era un'ironia, che quel giorno era troppo doloroso per lei, e dovetti rinunciarvi.