«—Via, non tormentarti, Fulvia. Vedi che ho potuto riabbracciarti. Chi sa; potrò forse ancora durare a lungo: sono malattie lente. Ma, per la mia tranquillità, perchè io possa pensare senza spavento alla morte, vorrei che tu mi dessi la consolazione di vederti unita a Gualfardo.

«Quella domanda in quel momento mi suonò terribile, spaventosa come un rimorso. Il mio fatale amore per Max, aveva distrutta l'ultima speranza del mio povero babbo. L'idea di dirgli in quel momento la triste verità, che Gualfardo non era più nulla per noi, che io l'avevo respinto colle mie follie, che non lo vedremmo mai più, mi fece spavento. Sentii che quella notizia poteva essergli fatale, che l'avrebbe forse ucciso; compresi che dovevo ingannarlo. Rimasi muta, assorta nel mio dolore.

«Egli pensò che esitassi a decidermi, e mi disse ancora:

«—Tu ti lasci sedurre da un'arte che lusinga il tuo amor proprio, e le sacrifichi un amore che ti farà felice. Credilo al tuo babbo, che ti ama tanto. Io ho studiato l'animo di Gualfardo; pensa con che interesse l'ho studiato, dacchè so di doverti lasciare a lui, senza nessun altri al mondo per proteggerti ed amarti. Credimi, Fulvia, che se avessi la scelta fra i più splendidi partiti per collocarti, non vorrei scegliere altri che lui; non ho conosciuto mai un più nobile cuore, un animo più leale. Quando tu eri lontana, era lui che teneva il tuo posto presso di me; che mi amava come un figlio; che mi vegliava la notte quando stavo male; che sacrificava tutte le sue ore di riposo per supplirmi all'ufficio, e compiere per me un lavoro che mi diveniva sempre più faticoso. Fu lui che si assunse mille brighe per domandare ed ottenere la mia giubilazione. Se in questi ultimi tempi potrò godere un po' di riposo senza cadere nella miseria, lo debbo a lui. Non potrai amarlo mai abbastanza per tutto il bene che ha fatto al tuo babbo, mentre tu, povera figliuola, eri costretta a starmi lontana…

«E sentendo che io piangeva amaramente, con tutta l'amarezza del rimorso, riprese:

«—E tu pure lavoravi per me, ed ora mi porti il frutto delle tue fatiche, che servirà a curarmi. Ho tanto bisogno di cure e d'affetto. Tu mi farai guarire, mia Fulvia.

«Io sentivo che diceva tutto questo per consolarmi; perchè, nel riandare la sua povera storia di dolori, s'era accorto del contrasto penoso tra la mia posizione e quella di Gualfardo: tra me festeggiata, inebriata d'applausi, felice e spensierata, lontana da lui,—e quel generoso giovane che lo curava, lo consolava, lo sosteneva nelle difficoltà della vita. S'era accorto che le cure di Gualfardo erano altrettanti rimproveri al mio abbandono, e voleva consolarmi mostrando apprezzare i miei guadagni che gli arrivavano tanto tardi.

«Come mi sentivo avvilita da tanta generosa bontà! Come ero nulla al confronto di quei due nobili cuori! Ed appena tornata presso il mio povero babbo, avevo allontanato da lui quell'unico amico, quel figlio che lo consolava, che gli rendeva meno penosa la morte.

«Il babbo non diceva più nulla. Era là pallido, ansante per l'emozione sofferta, e mi guardava coi suoi occhi lagrimosi e supplichevoli. Volli consolarlo ad ogni costo, e gli dissi:

«—Sì, babbo; io sposerò Gualfardo appena sarai guarito; ed intanto sta certo che io l'amo, che lo amo tanto, più della mia arte, più della gloria, più di tutto. Tu solo mi sei più caro di lui. Ti cureremo insieme, faremo dei bei progetti accanto a te, e quando starai bene ci sposeremo; e se io dovrò cantare tu mi accompagnerai; e quando non canterò staremo tutti e tre insieme.