«Povero babbo! Bastarono quelle parole a consolarlo. Si mise anch'egli a far dei progetti, ma pur troppo non ci credeva, e li faceva per illuder me.

«Da qualche tempo il suo male s'era aggravato. Non usciva che pochissimo, e non mai solo. Gualfardo lo accompagnava. Egli s'era offerto di venirmi ad incontrare a Milano, per prepararmi alla disgrazia che m'aspettava. Temevano che la vista del babbo così magro e pallido mi colpisse troppo dolorosamente.

«Ed invece egli m'aveva trovata a Milano folleggiante dietro un amore colpevole, dimentica della famiglia, di lui, di tutto. Come doveva disprezzarmi! E come dovette disprezzarmi ancora più, quando al mio giungere, tutta assorta nelle passioni che mi tempestavano nell'anima, io non m'ero neppure avveduta del deperimento del mio povero babbo; non avevo domandato perchè, giubilato da circa un mese, e senza impegni, non fosse venuto egli stesso ad incontrarmi. Non avevo chiesto nulla, non avevo veduto nulla; egoista, crudele, non pensavo che alla mia passione ed a' miei rimorsi.

XXXII.

«Per tutto quel giorno il babbo fu così spossato dall'emozione, che non ebbe la forza di vestirsi per fare una passeggiata. Rimase in abito da camera, steso nella sua poltrona. Non mangiò quasi nulla, e ripetutamente si lagnò di non vedere Gualfardo. Io gli dissi una quantità di scuse: aveva trascurato a lungo le sue lezioni durante la mia assenza, ed ora, che io era presso il nostro caro malato, desiderava di riparare il tempo perduto. Andava in iscena un'opera nuova, ed egli doveva dirigere le prove d'orchestra. Era occupato egli stesso a scrivere un'opera, ed aveva frequenti abboccamenti col poeta che gli scriveva il libretto.

«Ma il babbo non s'appagava di quelle ragioni che egli sapeva al pari di me.

«—I giorni scorsi lavorava qui—mi diceva;—e tra una lezione e l'altra passava a vedermi. Dovrebbe oggi venire più che mai, dacchè ci sei tu. Voi non v'amate come prima. Ieri me ne sono accorto. Perchè non vi parlavate punto tornando dallo scalo? Tu non lo guardavi nemmeno; ed egli se ne andò appena fosti giunta. Ebbi una grande fatica a salire la scala da solo. Egli mi reggeva sempre. Come è andata a non scontrarvi a Milano?

«Tutte queste domande mi straziavano il cuore. Rispondevo vagamente, cercando di rassicurarlo, ma vedevo che non potrei ingannarlo a lungo. L'assenza di Gualfardo lo tormentava, ed a me non riesciva di spiegarla.

«Dopo due giorni il babbo era tanto inquieto, che mi obbligò a mandare la serva da Gualfardo per vedere se non fosse malato. Profittai di questa sua idea, e senza mandare, rientrai dopo un tempo conveniente per lasciargli credere che fosse eseguita la sua commissione, e gli dissi, che Gualfardo era a letto con una infreddatura al capo, che sperava di alzarsi presto, ed appena uscirebbe di casa verrebbe da noi. Che del resto il suo male non era grave.

«Il mio povero malato si crucciò tutta notte, vegliò angosciato pensando al suo giovane amico. Io dormivo nella sua camera stesa sopra un sofà senza spogliarmi, per esser pronta ad assisterlo sempre. Lo sentii sospirare, rivoltarsi nel letto, e mi domandò da bere con una frequenza straordinaria. Aveva una febbre violenta.