Gli ambasciatori, accommiatatisi da Sua Santità, fecero ritorno ad Acri; ma appena giunti in quella città, poco mancò non cadessero prigionieri nelle mani di Boibar Bundoctari, Sultano mamelucco del Cairo, che infestava allora l'Armenia. Spaventati i due frati predicatori di quel brutto principio, rinunciarono a recarsi nella China, e lasciarono ai Veneziani la cura di consegnare all'imperatore mongollo le lettere del pontefice.

È qui che incominciano i grandi viaggi descritti da Marco Polo, dei quali noi parleremo in progresso. Ha egli realmente visitato tutti i paesi e tutte le città ch'egli descrive? No, senza dubbio; e nella sua narrazione, scritta in francese sotto suo dettato da Rusticano da Pisa[6], è formalmente dichiarato che «Marco Polo, savio e nobile cittadino di Venezia, vide tutto co' propri occhi, e quello che non vide lo seppe dalla bocca di uomini degni di fede.» Ma aggiungiamo che la maggior parte delle città e paesi descritti da Marco Polo vennero realmente da lui percorse. Seguiremo quindi l'itinerario com'è tracciato nel suo racconto, indicando soltanto ciò che il celebre viaggiatore seppe da altri durante le importanti missioni di cui lo incaricò l'imperatore Kublai-Kan. In questo secondo viaggio i Veneziani non seguirono esattamente la medesima strada che Matteo e Niccolò avevano presa recandosi la prima volta verso l'imperatore della China. Essi erano passati a settentrione dei monti Celesti, che sono i monti Thiânscian-pe-lu; il che aveva allungato il loro cammino. Questa volta piegarono a mezzodì pei monti stessi; eppure, benchè quella strada fosse più corta dell'altra, impiegarono non meno di tre anni a percorrerla, a cagione delle pioggie e degli straripamenti dei grandi fiumi. Sarà facile seguire questo itinerario sopra una carta dell'Asia, dacchè ai nomi antichi della storia di Marco Polo, non facili ad intendersi nel suo libro, nel quale non è seguíto l'ordine del viaggio, ed è fatta confusione delle cose udite e delle vedute, abbiamo sostituito dappertutto i nomi esatti della cartografia moderna.


[CAPITOLO II.]

L'Armenia Minore.—La Turcomania.—L'Armenia Maggiore.—Il monte Ararat.—La Georgia.—Mussul, Bagdad, Bassora, Tauris.—La Persia.—La Provincia di Kirman.—Comadi.—Ormuz.—Il Vecchio della Montagna.—Cheburgan.—Balk.—Il Balacian.—Cascemir.—Casceegar.—Samarcanda.—Cotan.—Il deserto.—Tangut.—Caracorum.—Signan-fu.—Tenduc.—La grande Muraglia della China.—Ciandu, la città attuale di Sciang-tu.—La residenza di Kublai-Kan.—Cambaluc, attualmente Pekino.—Le feste dell'Imperatore.—Sue caccie.—Descrizione di Pekino.—La zecca ed i biglietti di banca chinesi.—Le poste dell'Impero.

Nel lasciare la città di Isso, Marco Polo parla dell'Armenia Minore come d'un paese assai insalubre, i cui abitanti, un tempo valorosi, ora sono divenuti vili e molto tristi, nè sanno far altro che ubbriacarsi. Questa provincia, ch'è retta da un governatore in nome del Gran-Kan, ha molte città e castella, abbonda d'ogni cosa ed in ispecial modo di cacciagione. In quanto[Pg 16] al porto d'Isso, dice ch'è il deposito delle preziose mercanzie dell'Asia, ed il ritrovo dei mercanti d'ogni paese. Dall'Armenia Minore Marco Polo passa alla Turcomania, ove annovera tre generazioni di popoli: i Turcomanni propriamente detti, seguaci di Maometto, le cui tribù, semplici e alquanto selvagge, posseggono pascoli eccellenti ed allevano cavalli e muli di gran valore; gli Armeni ed i Greci, che dimorano in ville e castelli e sono abilissimi nel fabbricare tappeti e stoffe di seta. L'Armenia Maggiore, che Marco Polo visitò in seguito, è una vasta provincia che ha per capitale Arzinga[7], città ove, al dire del Veneziano, si fabbrica il miglior boccassino del mondo. Questa provincia offre, durante l'estate, un accampamento favorevole ai Tartari del levante, pei pascoli eccellenti che vi si trovano. Ivi il viaggiatore vide il monte Ararat, sul quale, a seconda delle tradizioni bibliche, posò l'Arca di Noè dopo il diluvio; egli accenna alle terre confinanti col mar Caspio, ove dice trovarsi una fontana dalla quale sgorga dell'olio di nafta [Pg 17](petrolio) in tanta abbondanza, che cento navi se ne caricherebbero alla volta. Queste sorgenti sono oggetto d'un importantissimo commercio[8].

Marco Polo, lasciando l'Armenia Maggiore, si diresse pel nord-est verso la Georgia, reame che si stende sul versante meridionale del Caucaso, governato da un re, tributario ai Tartari di levante, per nome David Melic, ch'è quanto dire, Davide re[9]. Secondo una tradizione, gli antichi re di questo paese nascevano «con una figura d'aquila disegnata sotto la spalla destra.» I Georgiani, dice il Polo, sono bella gente, prodi in arme e valentissimi arcieri. Sono cristiani e vivono a mo' dei Greci. Gli operai del paese fabbricano magnifiche stoffe di seta e d'oro. Là si vede quella celebre gola lunga quattro leghe, posta tra il piede del Caucaso ed il mar Caspio, che i Turchi chiamano la porta di Ferro, e gli Europei il Passo di Derbend[10]. È là che si vede anche il monastero di S. Leonardo, ai piedi del quale si stende quel lago miracoloso in cui dicono si trovi pesce soltanto in quaresima.

Da questo punto, i viaggiatori discesero verso il reame di Mussul e guadagnarono la città di questo nome, posta sulla riva destra del Tigri; poscia Bagdad, residenza del califfo di tutt'i Saraceni del mondo[11]. Qui Marco Polo racconta la presa di Bagdad, fatta dai Tartari nel 1258, capitanati da Hulakù o Ulagù, figlio di Taulai e fratello di Mangu-Kan[12]; e cita una storia maravigliosa in appoggio a quella massima cristiana di fede che solleva le montagne[13]; poscia indica ai mercanti la via che corre da questa città al golfo Persico, e che si fa in diciotto giorni discendendo il fiume, attraversando Bassora ed il paese dei datteri.