Marco Polo aveva certo gl'istinti dell'esploratore, e non badava a fatiche quando si trattava di completare i suoi studî geografici. In quella circostanza, per giungere alla città tartara, dovette camminare quaranta giorni in un deserto senza abitazioni e senza arbusti.

Giunse finalmente a Caracorum. Era una città di tre miglia di circonferenza. Dopo essere stata per lungo tempo la capitale dell'impero mongollo, fu conquistata da Gengis-Kan, avo dell'imperatore allora regnante. Qui Marco Polo fa una digressione storica, in cui narra la ribellione e le gesta dell'eroe tartaro contro quel famoso Prete Gianni, che teneva tutto il paese sotto la sua dominazione[21].

Marco Polo, tornato a Kam-ceu-fu, viaggiò verso l'est, ed arrivò alla città d'Erginul, che è probabilmente la città di Liang-ceu, i cui abitanti si dividono in idolatri, cristiani nestoriani e maomettani. Di là si spinse alquanto verso il sud, per visitare Si-gnan-fu; passò traverso un territorio ove pascevano buoi selvaggi grossi come elefanti, ed il prezioso capretto che fu poi chiamato portamuschio. Ritornati a Liang-ceu, in otto giorni i viaggiatori si portarono verso l'est a Cialis, ove si fabbricano i migliori cambellotti[22] di pelo di cammello; quindi nella provincia di Tenduc, nella città dello stesso nome, ove regnava un discendente del Prete Gianni, per nome Giorgio, tributario però del Gran Kan. Era una città industriale e commerciante, ove, al dire di Marco Polo, «sonvi gli più bianchi uomeni del paese e più belli, e i più savi, e più uomeni mercatanti.» Di là, facendo un angolo verso il nord, i Veneziani s'innalzarono per Sinda-cheu, al di là della gran Muraglia della China, sino a Ciagannor, che dev'essere Tsaan-Balgassa, bella città sul lago Ciagan-noor, ove risiede volentieri l'imperatore quando desidera divertirsi alla caccia del girifalco, giacchè abbondano su quel territorio le gru, le cicogne, i fagiani e le pernici.

Finalmente, tre giorni dopo aver lasciato Ciagannor, Marco Polo, col padre e lo zio, giunse a Giandu, l'attuale Chang-tou o Sciang-tu, ch'è la stessa città chiamata dal Polo anche Cle-men-fu. Ivi gl'inviati del pontefice furono ricevuti da Kublai-Kan, che allora abitava quella residenza d'estate, posta al di là della gran Muraglia, al nord di Cambaluc, ora Pekino, capitale dell'impero. Il viaggiatore parla poco dell'accoglienza che gli venne fatta, ma descrive con minuziosa cura il palagio del Kan, grande edifizio di pietre e di marmo, le cui camere sono interamente dorate.

Questo palazzo è costrutto in mezzo ad un parco cinto da mura, ove si vedono serragli di bestie e fontane, ed inoltre un edificio costrutto con canne così ben intrecciate, che sono impenetrabili all'acqua: era una specie di padiglione che si poteva smontare, nel quale il Kan abitava nei mesi di giugno, luglio ed agosto, cioè nella buona stagione. Tale stagione doveva esser buona infatti, giacchè, a quanto scrive Marco Polo, degli astrologi addetti alla persona del Kan erano incaricati di dissipare coi loro sortilegi qualunque pioggia, nebbia o intemperie. Sembra che il Veneziano non mettesse in dubbio il potere di quei maghi. «Questi savi uomini sono chiamati Tebot e Quesmur, e sanno più d'arte del diavolo che tutta l'altra gente, e fanno credere alla gente, che questo avviene per santità. E questa gente medesima, ch'io v'ho detto, hanno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per la signoria[23], egli il fanno cuocere e mangianlo, ma no se morisse di sua morte; e sono sì grandi incantatori, che quando il Gran Kan mangia in sulla mastra sala, gli coppi pieni di vino e di latte e di altre loro bevande, che sono d'altra parte della sala, si gli fanno venire senza che altri gli tocchi, e vegnono dinanzi al Gran Kan, e questo vegiono bene X mila persone: e questo è vero senza menzogna; e questo ben si può fare per negromazia.»

Il Veneziano parla anche di altri monaci che menano una vita di continue privazioni, cibandosi di crusca bagnata nell'acqua, digiunando buona parte dell'anno, e tenendosi molte ore in adorazione innanzi agli idoli ed al fuoco. «Egli hanno badie o monisteri (così il Polo); e si vi dico, che v'ha una piccola città che hae uno monistero che hanno piue di cc monaci, e vestonsi più onestamente che tutta l'altra gente.»

Marco Polo narra quindi la storia dell'imperatore Kublai, il più potente degli uomini, che possiede più terre e tesori di qualunque uomo da Adamo in poi. Narra come il Gran Kan avesse allora ottantacinque anni; fosse un uomo di mediocre statura, pingue, ma ben proporzionato delle membra, dal volto bianco e roseo, dai begli occhi neri; come salisse al trono l'anno 1256 dalla nascita di Cristo. Era buon capitano in guerra, e lo provò quando suo zio Naian, che governava pel nipote alcune provincie dell'impero, sollevatosi contro di lui, volle disputargli il trono alla testa di quattrocentomila cavalieri. Kublai-Kan, riuniti in segreto trecentosessantamila uomini a cavallo e centomila a piedi, mosse contro lo zio, e lo sorprese sopra una gran pianura, ove il ribelle, di nulla sospettando, se ne stava tranquillamente accampato. Terribile fu la battaglia. «Vi morirono tanta gente, tra dell'una e dell'altra parte, che ciò sarebbe meraviglia a credere. Kublai-Kan rimase vincitore, e Naian, fatto prigione, fu messo in su uno tappeto, e tanto fu pallato, e menato in qua e in là che egli morío: e cioè fece, che non voleva che 'l sangue del lignaggio dello imperatore facesse lamento all'aria; e questo Naian era di suo lignaggio.» Dopo quella vittoria, l'imperatore rientrò trionfante nella città capitale del Catai, chiamata Cambalu, che divenne poi l'attuale Pekino. Giunto in questa città, Marco Polo dovè rimanervi a lungo, sino all'istante in cui venne incaricato di varie missioni nell'interno dell'impero. È a Cambalu che sorgeva il magnifico palagio dell'imperatore, di cui il Veneziano fa la seguente descrizione, che noi togliamo dal Codice Magliabeccano, e che darà esatta idea dell'opulenza di quel sovrano mongollo: «Sappiate veramente che 'l Gran Cane dimora nella mastra città, ch'è chiamata Combalu, tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio, febbraio, e in questa città ha suo grande palagio: ed io vi diviserò com'egli è fatto. Lo palagio è di muro quadro, per ogni verso un miglio, e in su ciascuno canto di questo palagio è uno molto bel palagio, e quivi si tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cioè archi, turcassi e selle e freni, corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste ed a guerra. E ancora tra questi palagi hae quattro palagi in questo cercóvito, sì che in questo muro attorno attorno sono otto palagi, e tutti sono pieni d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una cosa. E in questo muro verso la faccia del mezzodì, hae cinque porte, e nel mezzo è una grandissima porta, che non s'apre mai nè chiude se non quando il Gran Cane vi passa, cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due piccole, da ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dall'altro lato n'hae un'altra grande, per la quale entra comunemente tutta l'altra gente, cioè ogni uomo. E dentro a questo muro hae un altro muro, e attorno attorno hae otto palagi come nel primaio, e così son fatti; ancora vi stae gli arnesi del Gran Cane.»

Fin qui, come si vede, tutti quei palagi costituiscono le rimesse e le armerie dell'imperatore. Ma non farà meraviglia quel gran numero di arnesi, ove si sappia che il Gran Kan possedeva una razza di cavalli bianchi come la neve, fra cui diecimila giumente, il cui latte era esclusivamente riserbato ai principi di sangue reale.

Marco Polo continua in questi termini:—«Nella faccia verso mezzodie ha cinque porti, nell'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il palagio del Gran Cane, ch'è fatto com'io vi conterò. Egli è il maggiore che mai fu veduto, egli non v'ha palco, ma lo ispazzo èe alto più che l'altra terra ben dieci palmi; la copritura è molto altissima. Le mura delle sale e delle camere sono tutte coperte d'oro e d'ariento; havvi iscolpite belle istorie di donne, di cavalieri, e d'uccelli e di bestie e di molte altre belle cose; e la copritura èe altresì fatta che non vi si può vedere altro che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga, che bene vi mangiano sei mila persone, e havvi tante camere, ch'è una maraviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia e bionda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene invernicata, che luce come oro o cristallo, sì che molto dalla lungie si vede lucere lo palagio. La copritura è molto ferma. Tra l'uno muro e l'altro, dentro a quello ch'io v'ho contato di sopra, havvi begli prati e albori, e havvi molte maniere di bestie selvatiche: cioè cervi bianchi, cavriuoli e daini, le bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini e altre belle bestie. La terra dentro di questo giardino è tutta piena dentro di queste bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano; e dalla parte verso il maestro ha un lago molto grande, ove hae molte generazioni di pesci. E sì vi dico che un gran fiume vi entra e esce, ed èe sì ordinato, che niuno pesce ne puote uscire (e havvi fatto mettere molte generazioni di pesci in questo lago); e questo è con rete di ferro. Anche vi dico, che verso tramontana, da lungi dal palagio una arcata, ha fatto fare un monte, ch'è alto bene cento passi, e gira bene un miglio; lo quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo perdono foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando è detto al Gran Kan di uno bello albore, egli lo fa pigliare con tutte le barbe e con molta terra, e fallo piantare in quel monte, e sia grande quanto vuole, ch'egli lo fa portare a' leonfanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto coprire tutto il monte della terra dello azzurro ch'è tutta verde, sì che nel monte non ha cosa se non tutta verde, perciò si chiama lo monte verde. E in sul colmo del monte è un palagio molto grande, sì che a guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che 'l guardi, che non ne prenda allegrezza; e per avere bella vista l'ha fatto fare il Gran Signore per suo conforto e sollazzo. Ancora vi dico, che appresso di questo palagio vi hae un altro nè più nè meno fatto, ove istà lo nipote del Gran Cane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo di Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran Cane[24]; e questo Temur che dee regnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha già bolla d'oro e sugiello d'imperio, ma non fa l'uficio finchè l'avolo è vivo.»

Dopo il palazzo del Kan e del suo erede, Marco Polo passa a descrivere la città di Cambalu, città antica, che ha un circuito di ventiquattro miglia, cioè sei miglia per ogni lato, essendo di forma quadrata, e che è separata dalla moderna di Taidu da un canale, che divide l'odierna Pekino in città chinese e città tartara. Il viaggiatore, sottile osservatore, ci istruisce poi dei fatti e delle gesta dell'imperatore. Giusta la sua relazione, Kublai-Kan avrebbe una guardia d'onore di dodicimila cavalieri chiamati Tau, che significa cavalieri fedeli del signore, sotto il comando di quattro capitani; «e questo non fae per paura.» I suoi pasti sono vere cerimonie, regolate da una severa etichetta. Alla sua tavola, che è più alta delle altre, egli siede al nord, avendo a sinistra la sua prima moglie, a destra e più basso i figli, i nipoti, i parenti; è servito dai più nobili baroni, che hanno cura di turarsi la bocca ed il naso con bei drappi di seta «acciò che lo loro fiato non andasse nelle vivande del signore.» Quando l'imperatore s'accinge a bere, tutti gli strumenti suonano, e quando tiene in mano la tazza tutti i baroni e spettatori s'inginocchiano umilmente. Parlando della vita domestica del Gran Kan, il Polo osserva che «egli hae quattro femmine, le quali tiene per sue diritte mogli. E 'l maggiore figliuolo, ch'egli ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione, dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chiamate imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e ciascuna di queste donne tiene corte per sè; e non ve n'ha niuna che non abbia trecento donzelle, e hanno molti valletti e scudieri, e molti altri uomeni e femmine, sì che ciascuna di queste donne ha bene in sua corte mille persone. E sappiate che il Gran Cane ha ancora molte amiche, e che ha venticinque figliuoli di sue amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora dico che degli ventidue figliuoli ch'egli ha delle quattro mogli, gli sette ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro regni, come savi e prodi uomeni che sono.» Le principali feste del Gran Kan sono date da lui medesimo, una il giorno anniversario della sua nascita, l'altra al principio d'ogni anno. Alla prima figurano intorno al trono dodicimila baroni, ai quali l'imperatore offre annualmente centocinquantamila vestimenta di drappo di seta d'oro ornati in perle; mentre i sudditi, idolatri o cristiani, fanno pubbliche preghiere. Alla seconda festa, al capo d'anno, chiamata dal Polo la bianca festa, l'intera popolazione, uomini e donne, si vestono in abiti bianchi, perchè, secondo la tradizione, il bianco porta fortuna, e ciascuno porta al sovrano doni di grandissimo valore in oro, argento, perle e stoffe preziose. Diecimila cavalli bianchi, cinquemila elefanti coperti di magnifici drappi e portanti vasellami d'oro e d'argento, ed un numero ingente di cammelli sfilano innanzi all'imperatore. La festa si chiude con pubbliche preghiere, e per ultimo con un sontuoso banchetto che il Gran Kan dà ai dignitarî principali della sua corte e del suo regno.