A dieci giornate da Tso-tcheu, giunse nella moderna città di Tainfu, che fu un tempo sede di un governo indipendente. Tutta quella provincia gli parve ricca di viti e di gelsi; la principale industria della città era allora la fabbricazione delle armature per conto dell'imperatore. Sette giornate più oltre trovò la bella città di Pianfu, oggidì Pin-yang-fu, tutta dedita al commercio ed al lavoro della seta. Marco Polo, dopo aver visitata questa città, giunse sulle rive del celebre fiume Giallo, ch'egli chiama Charamera, ossia fiume nero, forse a causa delle sue acque oscurate dalle piante acquatiche. Attraversato il fiume, giunse ad una nobile città chiamata Chaciafu, nella quale alcuni commentatori ravvisano la moderna Pu-ceu-fu (che allora chiamavasi O-ciung-fu) sulla riva orientale del fiume Giallo[27], e che è ai nostri dì una delle più ragguardevoli città del Scian-si. Lasciata quella città, ove non vide nulla che meritasse menzione, Marco Polo percorse a cavallo una bella contrada, sparsa di castella, di città, di giardini, e ricca di cacciagione. Dopo otto giorni di cammino, giunse alla nobile città di Si-gnan-fu, allora chiamata Quengianfu, antica capitale della dinastia dei Thang. Ivi regnava un figlio del Gran Kan, per nome Manghala, principe giusto ed amato dal suo popolo; egli abitava, fuori della città, un magnifico palazzo costrutto in mezzo ad un parco, le cui mura merlate avevano circa cinque miglia di circonferenza. Quella città presentava allora un mercato importantissimo di gioie, stoffe ed armature d'ogni genere.

Da Si-gnan-fu il nostro viaggiatore si diresse verso il Tibet, attraversando una contrada montuosa ch'egli chiama Chunchum, e che probabilmente corrisponde alla moderna provincia di Sze-tchuen. «Egli ha per monti e per valli città e castella assai, e sono idoli, e vivono di loro lavorio di terra e di boscaglie; e havvi molti boschi, ove sono molte belle bestie selvatiche, come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi cervieri, daini e cierbi, e altre bestie assai, sì che troppo n'hanno grande utilità.»

Dopo aver viaggiato ventitre giorni, toccò i confini della immensa pianura di Ambalet-Mangi. Quel paese è fertile, ricco d'ogni sorta di produzioni e particolarmente di zenzero, di cui fornisce tutta la provincia del Cattai. Ed è tale la fertilità del suolo, che, secondo un viaggiatore francese, E. Simon, lo si vende oggidì a 30,000 franchi all'ettara, cioè tre franchi al metro. Nel secolo XIII quella pianura era coperta di città e castella, e gli abitanti vivevano dei frutti del terreno, dei prodotti del bestiame e della selvaggina, che forniva ai cacciatori una preda facile ed abbondante.

Continuando il suo viaggio verso ponente, Marco Polo penetrò nella provincia di Sze-tchuen, e giunse alla nobile città di Sindi-fu, la moderna Chin-tu-fu, la cui popolazione attuale supera 1,500,000 abitanti. Sindi-fu misurava allora un circuito di venti miglia, era divisa in tre parti, ognuna delle quali, circondata d'un muro particolare, aveva il proprio re prima che Kublai-Kan se ne impadronisse. «E sappiate, dice il Polo meravigliato, che per mezzo questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo miglio, ov'ha molti pesci, e va infine al mare Oceano, e havvi bene da ottanta in cento miglia, ed è chiamato Quiia-fu.»

Questo fiume non è altro che l'Yang-tse-kiang, che attraversa la China da ovest ad est, e n'è il fiume più importante. Sulle nostre carte lo troviamo indicato col nome di Fiume Bleu.

«E in su questo fiume, prosegue il Veneziano, ha città e castella assai, e havvi tante navi, che appena si potrebbe credere chi nol vedesse; e v'ha tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, ch'è una grande meraviglia. E il fiume è sì largo, che pare un mare a vedere, non fiume. E dentro della città in su questo fiume è un ponte tutto di pietre, ed è lungo bene un mezzo miglio, e largo otto passi: e su per quello ponte ha colonne di marmo, che sostengono la copritura del ponte; e sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di belle istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta mercatanzia e favvisi arti: ma si vi dico che quelle case sono di legno, che la sera si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi è lo camarlingo del Gran Sire, che riceve lo diritto della mercatanzia che si vende in su quel ponte; e si vi dico che il diritto di quel ponte vale l'anno bene mille bisanti[28]

Uscito da quella città commerciale e industriosa, Marco Polo, dopo cinque giorni di marcia, attraverso vaste foreste, giunse alla provincia del Tibet, ch'egli dice «molto guasta dalla guerra fattavi da Mogut-Kan.»

La provincia del Tibet, alla quale i Chinesi dànno nome di Si-tsang o Tsang occidentale, è abitata da leoni, orsi ed altre belve, da cui i viaggiatori durerebbero fatica a difendersi, se non vi crescessero in gran copia quelle canne meravigliosamente grosse e alte, che noi chiamiamo bambù.[29] Infatti «gli mercatanti e gli viandanti prendono quelle canne la notte e fannole ardere nel fuoco; perchè fanno sì grande iscoppiata, che tutti gli lioni e orsi e altre bestie fiere hanno paura e fuggono, e non si accosterebbero al fuoco per cosa del mondo. E questo si fanno per paura di quelle bestie chè ve n'ha assai. Le canne iscoppiono, perchè si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e fendono per mezzo, e per questo fendere fanno tanto romore, che s'odono dalla lunga presso a cinque miglia di notte, e piue; ed è sì terribile cosa a udire, che chi non fosse d'udirlo usato, ogni uomo n'avrebbe gran paura, e gli cavagli che non ne sono usi, si spaventano sì forte che rompono capresti, e ogni cosa e fuggono; e questo avviene spesse volte. E a ciò prendere rimedio, a cavagli che non ne sono usi, e' gli fanno incapestrati di tutti e quattro li piedi, e fasciare gli occhi, e turare gli orecchi; si che non può fuggire quando ode questo iscoppio; e così campano gli uomeni, la notte, loro e le loro bestie.»

Lo stratagemma riferitoci dal Polo viene ancora impiegato nelle contrade che producono il bambù, e per vero lo scoppio delle canne divorate dalle fiamme può paragonarsi ai più violenti petardi d'un fuoco d'artifizio.

Secondo la relazione del viaggiatore veneziano, il Tibet è una vastissima provincia divisa in otto reami, con molte città e castella, bagnata da fiumi e laghi ed attraversata da montagne dalle quali si trae oro in quantità. I fiumi che hanno origine nel Tibet e sopratutto il Kin-cha-kiang (Yang-tse-kiang), il cui nome significa fiume dall'aurea sabbia, sono ricchi di pagliuzze d'oro. Gli abitanti sono idolatri e malvagi, e formano una razza di terribili ladroni. Vivono dei frutti della terra, di bestie e d'uccelli. Le donne sono impudiche, e fanno, per doni, di sè mercato ai viaggiatori che attraversano quella provincia. Quantunque il Tibet fosse allora sotto la dominazione del Gran Kan, non vi si conoscevano nè le monete nè le banconote dell'impero; all'incontro vi si spendeva il corallo, di cui gli abitanti adornavano il collo delle loro femmine ed i loro idoli.