Marco Polo, nel lasciare Si-gnan-fu, erasi diretto verso l'ovest. Traversò il regno di Gaindu che secondo alcuni corrisponderebbe al territorio settentrionale dei Birmani, secondo altri invece a quella montuosa regione circondata dai territorî del Bengala, Arracan, abitata da schiatte indigene dette Cain, Chien o Chiaen, lungo le rive del braccio sinistro del fiume Arracan, e visitò un bel lago, che produceva ostriche perlifere, la cui pesca era riservata all'imperatore. Vide anche una montagna dalla quale si cavavano quelle pietre conosciute sotto il nome di turchese. Il garofano, lo zenzero, la cannella ed altre spezie davano in quel paese abbondantissimi raccolti.

Gli abitanti di questa provincia non hanno denaro, ed impiegano come moneta dei pezzi di sale di mezza libbra, una libbra, ecc. ecc. Non conoscono vergogna alcuna, giacchè trovano naturale il far marcato delle proprie mogli, figlie e sorelle ai forestieri che attraversano la contrada.

Lasciato il regno di Gaindu, e traversato un gran fiume da lui chiamato Brunis che pare fosse il Kincha-kiang, fiume a rena d'oro, Marco Polo tornò direttamente al sud-est, e penetrò nella provincia di Garagia, regione che si crede formi la parte nord-ovest dell'Yun-nan, chiamata tutt'ora, dagli indigeni e dai maomettani dell'Asia Centrale, Caraian; e ch'era allora governata da Jesau Temur, nipote di Kublai.

Secondo il Veneziano, gli abitanti di quella provincia, eccellenti cavalcatori, mangiavano la carne cruda dei polli, dei montoni, dei bufali e dei buoi; i ricchi soltanto la condivano d'una salsa composta d'aglio e di buone spezie. Quel reame era altresì frequentato da grossi serpenti orribili a vedersi.

Quei rettili, probabilmente alligatori, erano lunghi dieci passi; avevano due gambe poste sul davanti presso il capo ed armate d'un unghione che era smisurato; la loro gola poteva inghiottire un uomo in un boccone.

La capitale di questa provincia è una città che il Polo chiama Jaci, e che si crede corrisponda alla moderna Tsu-iong-fu. Gli abitanti sono parte maomettani, parte cristiani nestoriani, ed il rimanente idolatri. «Quivi hae mercatanti ed artefici, dice il nostro viaggiatore, e spendono per moneta porcellane bianche, che si truovano nel mare.» È questa una specie di conchiglia che noi conosciamo sotto il nome di Cyproea moneta, che gli Indiani chiamano Cooris, usata anche ai dì nostri come moneta alle Maldive ed in diverse parti delle Indie.

Marco Polo passa quindi a descrivere la maniera impiegata dagli indigeni di quella contrada per impadronirsi dei terribili alligatori che infestano i loro corsi d'acqua, e dice che il fiele di questi anfibî, preso come beveraggio, è reputato nel paese come medicina contro la morsicatura d'un cane rabbioso.[30]

A cinque giornate all'ovest di Caragia, Marco Polo, continuando ancora verso mezzodì, penetrò nella provincia di Ardanda, la cui capitale, Vaciau, sembra corrispondere alla moderna città di Yung-chang. Tutti gli abitanti di questa città avevano denti d'oro, cioè usavano coprirli con laminette d'oro, che levavano per mangiare. Gli uomini di quella provincia, tutti cavalieri, «non fanno nulla salvo che uccellare, andare a caccia od andare in oste (in guerra)»: i lavori faticosi sono riservati alle donne ed agli schiavi. Gli abitanti di Ardanda non hanno idoli, nè chiese, ma adorano il più vecchio della famiglia; cioè il nonno, il patriarca. Siccome non conoscono scrittura di sorta, così «quando hanno, dice il Polo, affare l'uno con l'altro, fanno tacche di legno, e l'uno tiene l'una metà, e l'altro l'altra metà; quando colui dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare l'altra metà della tacca.» Non hanno medici, ma bensì dei maghi od incantatori, che saltano, danzano, cantano e suonano strumenti presso il malato; e quindi ordinano sacrifizi e banchetti, finchè l'infermo muore o risana.

Nel lasciare la provincia ove gli abitanti avevano i denti d'oro, Marco Polo seguì la grande strada che serve al traffico tra l'India e l'Indo-Cina, e passò per Bamo ove, tre volte la settimana, si teneva un gran mercato, che attirava i negozianti dei paesi più lontani. Dopo aver cavalcato quindici giorni in mezzo a foreste popolate da elefanti, liocorni ed altre fiere, giunse a Mye, o a Mien, cioè in quella parte dell'alto Birman la cui capitale, di recente costruzione, si chiama Arampura. Questa città di Mien, che fu probabilmente l'antica Ava, chiamata dagli indigeni Miamma, ora in ruina; oppure la vecchia Paghau, situata sull'Irraonady, possedeva una vera meraviglia architettonica; erane due torri, l'una costrutta di belle pietre ed interamente coperta da una lamina d'oro dello spessore d'un dito, l'altra ricoperta da una lamina d'argento, ambe fatte costruire da un re di Mien, prima che quel reame cadesse in potere del Kan.

Dopo di aver visitata quella provincia, Marco Polo discese fino a Baugala, l'attuale Bengala, oggidì una delle tre grandi divisioni dell'India Inglese, e che a quei tempi, nel 1290, non apparteneva ancora a Kublai-Kan. Le armate dell'imperatore si adoperavano allora a conquistare quel paese fertile, ricco di cotone, di zenzero, di canne da zucchero, e i cui magnifici buoi eguagliavano in grossezza gli elefanti. Poscia, di là, il viaggiatore si avventurò fino alla città di Cangigu, nella provincia dello stesso nome. Alcuni credono che sotto questo nome abbia ad intendersi il regno di Tonkino, altri invece il territorio di Cangcur. Gli abitanti di quel regno praticavano il tatuaggio, e mediante aghi si disegnavano sul volto, sul collo, sul ventre, sulle mani, sulle gambe, immagini di leoni, di draghi, d'uccelli, «e chi più n'ha di queste dipinture più si tiene gentile e bello.»