V.
Della provincia di Rossia.
Rossia èe una grandissima provincia verso tramontana, e sono cristiani, e tengono maniera di greci, ed havvi molti re, e hanno loro linguaggio, e non rendono trebuto se non ad uno re di tartari, e quello è poco. La contrada si ha fortissimi passi ad entrarvi. Costoro non sono mercatanti, ma si hanno assai delle pelle, che abbiamo detto di sopra. La gente è molto bella, maschi e femmine, sono bianchi e biondi, e sono semprici genti. In questa contrada si ha molte argentiere, e cavanne molto argento. In questo paese non ha altro da dire: dirovvi della provincia la quale ha nome Lacca, perchè confina colla provincia di Rossia.
VI.
Della provincia di Lacca.
Quando noi ci partiamo di Rossia sie entriamo nella provincia di Lacca; qui vi troviamo gente che sono di cristiani e di saracini. Non ci ha quasi altra novità che abbiamo da quelle di sopra; ma vovvi dire d'una cosa, che m'era dimenticata della provincia di Rossia. In quella provincia si ha sì grandissimo freddo, che a pena vi si può campare, e dura infino al mare oceano. Ancora vi dico che v'ha isole dove nascono molti girfalchi e molti falconi pellegrini, i quali si portano per più parti del mondo; e sappiate che da Rossia ad Orbeche non v'ha grande via, ma per lo grande freddo che v'è, si non vi si puote bene andare. Or vi lascio a dire di questa provincia, che non ci ha altro da dire, e vogliovi dire un poco di tarteri di ponente e di loro signore, e quanti signori hanno avuti. Comincio del primo signore.
VII.
De' signori de' tarteri del ponente.
Lo primo signore ch'ebbono gli tarteri del ponente si fu uno ch'ebbe nome Frai. Questo Frai fu uomo molto possente, e conquistò molte provincie e molte terre, ch'egli conquistò Rossia e Chomania e Alanai e Lacca e Megia e Ziziri e Scozia e Gazarie. Queste furono tutte prese per cagione che non si tenevano insieme, che se elle fossero istate tutte bene insieme, non sarebbono istate prese. Ora dopo la morte di Frai fu signore Patu, dopo Patu si fu Bergho, dopo Bergo Mogleten, poscia fu Catomachu, dopo costui fu il re ch'è oggi, lo quale ha nome lo re Tocchai. Ora avete inteso di signori che sono istati delli tarteri del ponente; vogliovi dire d'una battaglia, che fu molta grande tra lo re Alau signore del levante, e dello re Barga signore del ponente.
VIII.
D'una gran battaglia.
Al tempo degli anni Domini MCCLXI sì si cominciò una grande discordia tra gli tarteri del ponente e quegli del levante, e questo si fu per una provincia, che l'uno signore e l'altro la voleva, sì che ciascuno fece suo isforzo e suo apparecchiamento in sei mesi. Quando venne in capo degli sei mesi, e ciascuno sie uscie fuori a campo, e ciascuno avea bene in sul campo bene ccc mila cavalieri, bene apparecchiati d'ogni cosa da battaglia, secondo loro usanza. Sappiate che lo re Barga avea bene CCCL mila di cavalieri. Or si puose a campo a X miglia presso l'uno all'altro; e voglio che voi sappiate, che questi campi erano i più ricchi campi che mai fossono veduti, di padiglioni e di trabacche, tutti forniti di sciamiti e d'oro e d'ariento; e costì istettoro tre dì. Quando[Pg 137] venne la sera, che la battaglia dovea essere la mattina vegnente, ciascuno confortò bene sua gente, ed amonìo, sì come si conveniva. Quando venne la mattina, e ciascuno signore fu in sul campo, e feciono loro ischiere bene e ordinatamente. Lo re Barga fece XXXV ischiere, lo re Alau ne fece pure XXX, perchè avea meno di gente, e ogni ischiera era da X mila uomeni a cavallo. Lo campo era molto bello e grande, e bene faceva bisogno, che giammai non si ricorda che tanta gente s'asembiasse in su 'n un campo; e sappiate che ciascuna gente erano prodi ed arditi. Questi due signori furono amendue discesi della ischiatta di Cinghy Cane, ma poi sono divisi, che l'uno è signore del levante, e l'altro del ponente. Quando furono acconci l'una parte e l'altra, e gli naccheri incominciarono a sonare da ciascuna parte, allora fu cominciata la battaglia colle saette; le saette cominciarono ad andare per l'aria tante, che tutta l'aria era piena di saette, e tante ne saettarono che più non n'avevano. Tutto il campo era pieno d'uomeni morti e di feriti; poi missoro mano alle ispade; quella era tale tagliata di teste e di braccia e di mani di cavalieri, che[Pg 138] giammai tale non fu veduta nè udita, e tanti cavalieri a terra, ch'era una maraviglia a vedere da ciascuna parte; nè giammai non morì tanta gente in un campo, che niuno non poteva andare per terra, se no su per gli uomeni morti e feriti. Tutto il mondo pareva sangue, che gli cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba. Lo romore e il pianto era sì grande di feriti ch'erano in terra, ch'era una maraviglia a udire lo dolore che facevano. E lo re Alau fece sì grande maraviglie di sua persona che non pareva uomo, anzi pareva una tempesta; sì che il re Barga non potè durare, anzi gli convenne alla per fine lasciare il campo, e missesi a fuggire: e lo re Alau gli seguì dietro con sua gente, tuttavia uccidendo quantunque ne giugnevano. Quando lo re Barga fu isconfitto con tutta sua gente, e il re Alau si ritornò in sul campo, e' comandò che tutti gli morti fossono arsi, così gli nemici come gli amici, però ch'era loro usanza d'ardere i morti; e fatto ch'ebbono questo, sì si partirono, e ritornarono in loro terre. Avete inteso tutti i fatti di tarteri e di saracini, quanto se ne può dire, e di loro costumi, e degli altri paesi che[Pg 139] sono per lo mondo, quanto se ne puote cercare e sapere; salvo che del Mar Maggiore non vi abbiamo parlato nè detto nulla, nè delle provincie che gli sono d'intorno, avegnachè noi il ciercamo ben tutto, perciò il lascio a dire, che mi pare che sia fatica a dire quello, che non sia bisogno nè utile, nè quello ch'altri fa tutto dì; che tanti sono coloro che il cercano e 'l navicano ogni dì che bene si sa, sì come sono viniziani e genovesi e pisani, e molta altra gente che fanno quel viaggio ispesso, che catuno sa ciò che v'è; e perciò mi taccio e non ve ne parlo nulla di ciò. Della nostra partita, come noi ci partimmo dal Gran Cane, avete inteso nel cominciamento del libro in uno capitolo, ove parla della briga e fatica ch'ebbe messer Matteo e messer Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran Cane; e in quello capitolo conta la ventura ch'avemo nella nostra partita. E sappiate, se quella aventura non fosse istata, a gran fatica e con molta pena saremo mai partiti, sì che appena saremo mai tornati in nostro paese. Ma credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciò che si potessero sapere le cose che sono per lo mondo,[Pg 140] che secondo ch'avemo contato in capo del libro nel titolo primaio, e' non fu mai uomo nè cristiano nè saracino nè tartero nè pagano, che mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer Marco figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia. Deo gratias. Amen. Amen.
Fine.