Questo palazzo è costrutto in mezzo ad un parco cinto da mura, ove si vedono serragli di bestie e fontane, ed inoltre un edificio costrutto con canne così ben intrecciate, che sono impenetrabili all'acqua: era una specie di padiglione che si poteva smontare, nel quale il Kan abitava nei mesi di giugno, luglio ed agosto, cioè nella buona stagione. Tale stagione doveva esser buona infatti, giacchè, a quanto scrive Marco Polo, degli astrologi addetti alla persona del Kan erano incaricati di dissipare coi loro sortilegi qualunque pioggia, nebbia o intemperie. Sembra che il Veneziano non mettesse in dubbio il potere di quei maghi. «Questi savi uomini sono chiamati Tebot e Quesmur, e sanno più d'arte del diavolo che tutta l'altra gente, e fanno credere alla gente, che questo avviene per santità. E questa gente medesima, ch'io v'ho detto, hanno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per la signoria[23], egli il fanno cuocere e mangianlo, ma no se morisse di sua morte; e sono sì grandi incantatori, che quando il Gran Kan mangia in sulla mastra sala, gli coppi pieni di vino e di latte e di altre loro bevande, che sono d'altra parte della sala, si gli fanno venire senza che altri gli tocchi, e vegnono dinanzi al Gran Kan, e questo vegiono bene X mila persone: e questo è vero senza menzogna; e questo ben si può fare per negromazia.»

Il Veneziano parla anche di altri monaci che menano una vita di continue privazioni, cibandosi di crusca bagnata nell'acqua, digiunando buona parte dell'anno, e tenendosi molte ore in adorazione innanzi agli idoli ed al fuoco. «Egli hanno badie o monisteri (così il Polo); e si vi dico, che v'ha una piccola città che hae uno monistero che hanno piue di cc monaci, e vestonsi più onestamente che tutta l'altra gente.»

Marco Polo narra quindi la storia dell'imperatore Kublai, il più potente degli uomini, che possiede più terre e tesori di qualunque uomo da Adamo in poi. Narra come il Gran Kan avesse allora ottantacinque anni; fosse un uomo di mediocre statura, pingue, ma ben proporzionato delle membra, dal volto bianco e roseo, dai begli occhi neri; come salisse al trono l'anno 1256 dalla nascita di Cristo. Era buon capitano in guerra, e lo provò quando suo zio Naian, che governava pel nipote alcune provincie dell'impero, sollevatosi contro di lui, volle disputargli il trono alla testa di quattrocentomila cavalieri. Kublai-Kan, riuniti in segreto trecentosessantamila uomini a cavallo e centomila a piedi, mosse contro lo zio, e lo sorprese sopra una gran pianura, ove il ribelle, di nulla sospettando, se ne stava tranquillamente accampato. Terribile fu la battaglia. «Vi morirono tanta gente, tra dell'una e dell'altra parte, che ciò sarebbe meraviglia a credere. Kublai-Kan rimase vincitore, e Naian, fatto prigione, fu messo in su uno tappeto, e tanto fu pallato, e menato in qua e in là che egli morío: e cioè fece, che non voleva che 'l sangue del lignaggio dello imperatore facesse lamento all'aria; e questo Naian era di suo lignaggio.» Dopo quella vittoria, l'imperatore rientrò trionfante nella città capitale del Catai, chiamata Cambalu, che divenne poi l'attuale Pekino. Giunto in questa città, Marco Polo dovè rimanervi a lungo, sino all'istante in cui venne incaricato di varie missioni nell'interno dell'impero. È a Cambalu che sorgeva il magnifico palagio dell'imperatore, di cui il Veneziano fa la seguente descrizione, che noi togliamo dal Codice Magliabeccano, e che darà esatta idea dell'opulenza di quel sovrano mongollo: «Sappiate veramente che 'l Gran Cane dimora nella mastra città, ch'è chiamata Combalu, tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio, febbraio, e in questa città ha suo grande palagio: ed io vi diviserò com'egli è fatto. Lo palagio è di muro quadro, per ogni verso un miglio, e in su ciascuno canto di questo palagio è uno molto bel palagio, e quivi si tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cioè archi, turcassi e selle e freni, corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste ed a guerra. E ancora tra questi palagi hae quattro palagi in questo cercóvito, sì che in questo muro attorno attorno sono otto palagi, e tutti sono pieni d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una cosa. E in questo muro verso la faccia del mezzodì, hae cinque porte, e nel mezzo è una grandissima porta, che non s'apre mai nè chiude se non quando il Gran Cane vi passa, cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due piccole, da ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dall'altro lato n'hae un'altra grande, per la quale entra comunemente tutta l'altra gente, cioè ogni uomo. E dentro a questo muro hae un altro muro, e attorno attorno hae otto palagi come nel primaio, e così son fatti; ancora vi stae gli arnesi del Gran Cane.»

Fin qui, come si vede, tutti quei palagi costituiscono le rimesse e le armerie dell'imperatore. Ma non farà meraviglia quel gran numero di arnesi, ove si sappia che il Gran Kan possedeva una razza di cavalli bianchi come la neve, fra cui diecimila giumente, il cui latte era esclusivamente riserbato ai principi di sangue reale.

Marco Polo continua in questi termini:—«Nella faccia verso mezzodie ha cinque porti, nell'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il palagio del Gran Cane, ch'è fatto com'io vi conterò. Egli è il maggiore che mai fu veduto, egli non v'ha palco, ma lo ispazzo èe alto più che l'altra terra ben dieci palmi; la copritura è molto altissima. Le mura delle sale e delle camere sono tutte coperte d'oro e d'ariento; havvi iscolpite belle istorie di donne, di cavalieri, e d'uccelli e di bestie e di molte altre belle cose; e la copritura èe altresì fatta che non vi si può vedere altro che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga, che bene vi mangiano sei mila persone, e havvi tante camere, ch'è una maraviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia e bionda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene invernicata, che luce come oro o cristallo, sì che molto dalla lungie si vede lucere lo palagio. La copritura è molto ferma. Tra l'uno muro e l'altro, dentro a quello ch'io v'ho contato di sopra, havvi begli prati e albori, e havvi molte maniere di bestie selvatiche: cioè cervi bianchi, cavriuoli e daini, le bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini e altre belle bestie. La terra dentro di questo giardino è tutta piena dentro di queste bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano; e dalla parte verso il maestro ha un lago molto grande, ove hae molte generazioni di pesci. E sì vi dico che un gran fiume vi entra e esce, ed èe sì ordinato, che niuno pesce ne puote uscire (e havvi fatto mettere molte generazioni di pesci in questo lago); e questo è con rete di ferro. Anche vi dico, che verso tramontana, da lungi dal palagio una arcata, ha fatto fare un monte, ch'è alto bene cento passi, e gira bene un miglio; lo quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo perdono foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando è detto al Gran Kan di uno bello albore, egli lo fa pigliare con tutte le barbe e con molta terra, e fallo piantare in quel monte, e sia grande quanto vuole, ch'egli lo fa portare a' leonfanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto coprire tutto il monte della terra dello azzurro ch'è tutta verde, sì che nel monte non ha cosa se non tutta verde, perciò si chiama lo monte verde. E in sul colmo del monte è un palagio molto grande, sì che a guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che 'l guardi, che non ne prenda allegrezza; e per avere bella vista l'ha fatto fare il Gran Signore per suo conforto e sollazzo. Ancora vi dico, che appresso di questo palagio vi hae un altro nè più nè meno fatto, ove istà lo nipote del Gran Cane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo di Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran Cane[24]; e questo Temur che dee regnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha già bolla d'oro e sugiello d'imperio, ma non fa l'uficio finchè l'avolo è vivo.»

Dopo il palazzo del Kan e del suo erede, Marco Polo passa a descrivere la città di Cambalu, città antica, che ha un circuito di ventiquattro miglia, cioè sei miglia per ogni lato, essendo di forma quadrata, e che è separata dalla moderna di Taidu da un canale, che divide l'odierna Pekino in città chinese e città tartara. Il viaggiatore, sottile osservatore, ci istruisce poi dei fatti e delle gesta dell'imperatore. Giusta la sua relazione, Kublai-Kan avrebbe una guardia d'onore di dodicimila cavalieri chiamati Tau, che significa cavalieri fedeli del signore, sotto il comando di quattro capitani; «e questo non fae per paura.» I suoi pasti sono vere cerimonie, regolate da una severa etichetta. Alla sua tavola, che è più alta delle altre, egli siede al nord, avendo a sinistra la sua prima moglie, a destra e più basso i figli, i nipoti, i parenti; è servito dai più nobili baroni, che hanno cura di turarsi la bocca ed il naso con bei drappi di seta «acciò che lo loro fiato non andasse nelle vivande del signore.» Quando l'imperatore s'accinge a bere, tutti gli strumenti suonano, e quando tiene in mano la tazza tutti i baroni e spettatori s'inginocchiano umilmente. Parlando della vita domestica del Gran Kan, il Polo osserva che «egli hae quattro femmine, le quali tiene per sue diritte mogli. E 'l maggiore figliuolo, ch'egli ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione, dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chiamate imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e ciascuna di queste donne tiene corte per sè; e non ve n'ha niuna che non abbia trecento donzelle, e hanno molti valletti e scudieri, e molti altri uomeni e femmine, sì che ciascuna di queste donne ha bene in sua corte mille persone. E sappiate che il Gran Cane ha ancora molte amiche, e che ha venticinque figliuoli di sue amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora dico che degli ventidue figliuoli ch'egli ha delle quattro mogli, gli sette ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro regni, come savi e prodi uomeni che sono.» Le principali feste del Gran Kan sono date da lui medesimo, una il giorno anniversario della sua nascita, l'altra al principio d'ogni anno. Alla prima figurano intorno al trono dodicimila baroni, ai quali l'imperatore offre annualmente centocinquantamila vestimenta di drappo di seta d'oro ornati in perle; mentre i sudditi, idolatri o cristiani, fanno pubbliche preghiere. Alla seconda festa, al capo d'anno, chiamata dal Polo la bianca festa, l'intera popolazione, uomini e donne, si vestono in abiti bianchi, perchè, secondo la tradizione, il bianco porta fortuna, e ciascuno porta al sovrano doni di grandissimo valore in oro, argento, perle e stoffe preziose. Diecimila cavalli bianchi, cinquemila elefanti coperti di magnifici drappi e portanti vasellami d'oro e d'argento, ed un numero ingente di cammelli sfilano innanzi all'imperatore. La festa si chiude con pubbliche preghiere, e per ultimo con un sontuoso banchetto che il Gran Kan dà ai dignitarî principali della sua corte e del suo regno.

Durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio, che il Gran Kan passa nella sua città d'inverno, tutti i signori, entro un raggio di sessanta giornate di cammino, sono obbligati a provvederlo di cinghiali, cervi, daini, caprioli ed orsi. Inoltre Kublai stesso è gran cacciatore, ed il suo servizio da caccia è veramente superbo. Egli ha leopardi, lupi cervieri, grandi leoni addestrati a prendere fiere, aquile abbastanza forti per cacciare i lupi, volpi, daini, caprioli; e finalmente cani che si contano a migliaia. È verso il mese di marzo che l'imperatore incomincia le sue grandi caccie, dirigendosi verso il mare, ed è accompagnato almeno da diecimila falconieri con cinquecento girofalchi, una quantità innumerevole di astori, falchi pellegrini e falchi sacri. Durante quella gita il re tartaro, che si compiace di tutto il lusso della pompa orientale, è seguíto da un palazzo portatile posto su quattro elefanti accoppiati, coperto da pelli di leoni, e foderato da drappo d'oro. Egli procede così fino al campo di Chakiri-Mondu, alle sorgenti del fiume Usuri, nella Manciuria, ed ivi rizza la sua tenda, abbastanza vasta da capire diecimila cavalieri o baroni. Ivi è la sua sala da ricevimento; ivi dà le sue udienze. Quando vuole ritirarsi o dormire, trova in un'altra tenda una sala meravigliosa tappezzata da pelliccie d'ermellino e di zibetto, di cui ciascuna vale duemila bisanti d'oro, circa ventimila franchi. L'imperatore rimane così fino a Pasqua, cacciando gru, cigni, lepri, daini, caprioli, quindi ritorna verso la sua metropoli di Cambalu. Parlando delle leggi che regolano la caccia, il Polo così si esprime: «Ancora sappiate, che in tutte le parti ove il Gran Cane ha signoria, niuno nè barone nè alcuno altro uomo non può prendere, nè cacciare nè lepre nè daini nè cavriuoli nè cierbi, nè di niuna bestia che moltiplichi, dal mese di marzo infino all'ottobre. E chi contra ciò facesse, sarebbe bene punito. E si vi dico ch'egli è sì bene ubbidito, che le lepre e daini e cavriuoli e l'altre bestie, ch'io v'ho contato, vegniono più volte insino all'uomo, e non le tocca, e non le fa male.»

Marco Polo completa in questo punto la descrizione di questa magnifica città. Egli enumera i dodici sobborghi che la compongono, nei quali i più ricchi mercanti fanno fabbricare magnifici palagi. Questa città è commerciale al massimo grado: vi affluiscono le più preziose mercanzie come in nessun' altra città del mondo. Mille carri carichi di seta vi entrano ogni giorno; è il deposito ed il mercato dei più ricchi prodotti dell'India, come le perle e le pietre preziose, e vi accorre gente a comperare da oltre duecento leghe tutto all'intorno. Per provvedere ai bisogni del commercio, il Gran Khan ha stabilito quindi una zecca, ch'è per lui una sorgente perenne di ricchezze. Aggiungeremo che questa moneta non è altro che un biglietto di banca, lo stesso di cui oggidì ogni nazione ha portato il proprio contingente sui mercati europei. Ma qui lasciamo ancora la parola al Veneziano: «Il Gran Kan fa prendere iscorza d'uno albore ch'à nome gelso[25]; è l'albore, le cui foglie mangiano gli vermini che fanno la seta. E colgono la buccia sottile, ch'è tra la buccia grossa e l'albore, o vogli tu legno dentro, e di quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte nere. Quando queste carte sono fatte così, egli ne fa delle piccole, che vagliono una medaglia di tornesello piccolo, e l'altra vale un tornesello, e l'altra vale un grosso d'argento da Vinegia, e l'altra un mezzo, e l'altra due grossi, e l'altra cinque, e l'altra dieci, e l'altra un bisante d'oro, e l'altra due, e l'altra tre: e così va infino in dieci bisanti. E tutte queste carte sono sugiellate col sugiello del Gran Sire, e hanne fatte fare tante, che tutto il suo tesoro ne pagherebbe. E quando queste carte son fatte, egli ne fa fare tutti i pagamenti, e fagli ispendere per tutte le provincie e regni e terre dov'egli ha signoria; e nessuno gli osa rifiutare, a pena della vita. E sì vi dico, che tutte le genti e regni che sono sotto sua signoria si pagano di questa moneta, d'ogni mercatanzia di perle, d'oro e d'ariento e di pietre preziose, e generalmente d'ogni altra cosa, e sì vi dico che la carta che si mette per dieci bisanti, non ne pesa uno; e sì vi dico che gli mercatanti le più volte cambiano questa moneta a perle, o a oro, e altre cose rare. E molte volte è recato al Gran Sire per gli mercatanti tanta mercatanzia in oro e in ariento che vale quattrocentomila di bisanti; e 'l Gran Sire fa tutto pagare di quelle carte; e' mercatanti le pigliano volentieri, perchè le spendono per tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran Cane, che ogni uomo che ha oro e ariento, perle o pietre preziose o alcuna altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere apresentata alla tavola del Gran Sire, ed egli lo fa pagare di queste carte; e tanto gliene viene di questa mercatanzia, ch'è un miracolo. E quando ad alcuno si rompe o guastasi niuna di quelle carte, egli va alla tavola del Gran Sire, e incontanente gliene cambia, ed ègli data bella e nuova ma si gliene lascia tre per cento. Ancora sappiate, che se alcuno vuol fare vasellamenta d'ariento o cinture, egli va alla tavola del Gran Sire, ed ègli dato per queste carte ariento quant'e' ne vuole, contandosi le carte secondo che si ispendono. E questa è la ragione perchè il Gran Sire dee avere più oro e più ariento, che signore del mondo.[26] »

Secondo Marco Polo, il sistema del governo imperiale riposa sopra una centralizzazione eccessiva. Il reame, diviso in 34 provincie, è amministrato da dodici nobilissimi baroni, che abitano nella stessa città di Cambalu; ivi, nel palazzo di questi baroni, dimorano gli intendenti e gli impiegati tutti che trattano gli affari d'ogni singola provincia. Intorno alla città si diramano molte strade ben tenute, che metton capo ai diversi punti del regno. Su queste strade, ad ogni ventidue miglia, sorgono stazioni postali; ed in essa duecentomila cavalli sono sempre pronti a trasportare i messaggieri dell'imperatore. Più, fra le stazioni, ad ogni tre miglia, trovasi un villaggio composto di circa quaranta case, in cui abitano i corrieri che portano a piedi i messaggi del Gran Kan. Questi uomini, con cinghie al ventre, col capo compresso da una benda, hanno una cintura munita di campanelli che li fa udire da lontano; partono al galoppo, fanno rapidamente le tre miglia, rimettono il messaggio al corriere che li attende, e per tal modo l'imperatore riceve in un giorno ed una notte le notizie da dieci giornate di distanza. Questo mezzo di comunicazione costa ben poco a Kublai-Kan, perchè egli si limita, per retribuzione, ad esentuare dalle imposte i corrieri; in quanto ai cavalli delle stazioni, sono somministrati gratuitamente dagli abitanti delle provincie.

Ma se il re tartaro usa in maniera così assoluta del suo potere, se fa pesare sì gravi imposte sui propri sudditi, d'altra parte s'occupa attivamente dei loro bisogni, e sovente viene loro in aiuto. Quando la grandine ha devastato le messi, non solo egli non esige l'usato tributo, ma fa distribuire grano ai suoi sudditi, tolto ai suoi granai. Quando una mortalità accidentale ha colpito i bestiami d'una provincia, egli ne la riprovvede a sue spese. Ha cura, nelle buone annate, di mettere nei granai un'enorme quantità d'orzo, di miglio, di frumento, di riso ed altre derrate, in modo da mantener i grani ad un prezzo mite in tutto l'impero. Inoltre, porta particolare affetto ai poveri della sua buona città di Cambalu. «Ora vi conterò, dice il Polo, come il Gran Cane fa carità alli poveri che stanno a Cambulù. A tutte le famiglie povere della città, che sono in famiglia sei o sette, o più o meno, che non hanno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada: e questo fa fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del signore a niuna persona che voglia andare per esso. E sappiate che ve ne vanno più di trenta mila; e questo fa fare tutto l'anno: e questo è gran bontà di signore; e per questo è adorato come Iddio dal popolo.» Aggiungeremo che tutto l'impero è amministrato con somma cura; le vie ben tenute e piantate ad alberi magnifici, che servono sopratutto a farle riconoscere al viaggiatore, nei paesi deserti. La legna è quindi abbondantissima dappertutto; «senza contare, dice il Veneziano, che per tutta la provincia del Catai hae una maniera di pietre nere che si cavano dalle montagne come vena, che ardono come bucce, e tengono più lo fuoco che non fanno la legna.» Queste pietre nere non sono altro che il carbone fossile, che in grandissima quantità trovasi nelle montagne delle provincie di Cheu-sì e di Pe-che-li.