Marco Polo soggiornò lungo tempo nella città di Cambalu. È certo che, grazie alla sua vivace intelligenza, al suo spirito, alla facilità di apprendere gl'idiomi dell'impero, venne molto in grazia all'imperatore. Incaricato da lui di diverse missioni, non solo nella China, ma nei mari dell'India, a Ceylan, sulle coste del Coromandel e del Malabar, e nella parte della Cocincina presso il Cambodge; fu nominato, probabilmente tra il 1277 ed il 1280, governatore della città di Yang-tsceu e di ventisette altre città, comprese nella giurisdizione di questa. Grazie a queste missioni, egli percorse un bel tratto di paese e ne riportò utili documenti, tanto geografici, che etnologici. Noi lo seguiremo facilmente, colla carta geografica alla mano, in quei viaggi dai quali la scienza doveva trarre immenso profitto.

CAPITOLO III.

Tso-tcheu.—Tainfu.—Pin-yang-fu.—Il fiume Giallo.—Chaciafu.—Si-gnan-fu.—Il Sze-tchuen.—Ching-tu-fu.—Il Tibet.—Li-Kiang-fu.—Il Caragia.—Yung-chang.—Mien.—Il Bengala.—L'Annam.—Il Tai-ping.—Sinuglil.—Sindi-fu.—Chacafu.—Ciaglu.—Ciagli.—Codifu.—Lin-tsin-tcheu.—Lin-tching-hien.—Il Mangi.—Yang-tcheou.—Città del litorale.—Quinsay o Hang-tcheu.—Il Fu-chian.

Marco Polo, dopo aver soggiornato a Cambalu, venne dal Gran Kan incaricato d'una missione che lo tenne lontano ben quattro mesi dalla capitale. Lontano dieci miglia circa da Cambaluc, verso il sud, traversò il magnifico fiume Pehonor, che egli chiama Pulinzanchiz; lo valicò sopra un bel ponte di marmo di ventiquattro arcate, lungo trecento passi, il quale non ha il simile in tutto il mondo. A trenta miglia di là incontrò Tso-tcheu, città industriale che ha eccellenti alberghi pei viaggiatori, ed ove si lavora[Pg 56] specialmente in legno di sandalo, tessuti di seta e d'oro.

A dieci giornate da Tso-tcheu, giunse nella moderna città di Tainfu, che fu un tempo sede di un governo indipendente. Tutta quella provincia gli parve ricca di viti e di gelsi; la principale industria della città era allora la fabbricazione delle armature per conto dell'imperatore. Sette giornate più oltre trovò la bella città di Pianfu, oggidì Pin-yang-fu, tutta dedita al commercio ed al lavoro della seta. Marco Polo, dopo aver visitata questa città, giunse sulle rive del celebre fiume Giallo, ch'egli chiama Charamera, ossia fiume nero, forse a causa delle sue acque oscurate dalle piante acquatiche. Attraversato il fiume, giunse ad una nobile città chiamata Chaciafu, nella quale alcuni commentatori ravvisano la moderna Pu-ceu-fu (che allora chiamavasi O-ciung-fu) sulla riva orientale del fiume Giallo[27], e che è ai nostri dì una delle più ragguardevoli città del Scian-si. Lasciata quella città, ove non vide nulla che meritasse menzione, Marco Polo percorse a cavallo una bella contrada, sparsa di castella, di città, di giardini, e ricca di cacciagione. Dopo otto giorni di cammino, giunse alla nobile città di Si-gnan-fu, allora chiamata Quengianfu, antica capitale della dinastia dei Thang. Ivi regnava un figlio del Gran Kan, per nome Manghala, principe giusto ed amato dal suo popolo; egli abitava, fuori della città, un magnifico palazzo costrutto in mezzo ad un parco, le cui mura merlate avevano circa cinque miglia di circonferenza. Quella città presentava allora un mercato importantissimo di gioie, stoffe ed armature d'ogni genere.

Da Si-gnan-fu il nostro viaggiatore si diresse verso il Tibet, attraversando una contrada montuosa ch'egli chiama Chunchum, e che probabilmente corrisponde alla moderna provincia di Sze-tchuen. «Egli ha per monti e per valli città e castella assai, e sono idoli, e vivono di loro lavorio di terra e di boscaglie; e havvi molti boschi, ove sono molte belle bestie selvatiche, come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi cervieri, daini e cierbi, e altre bestie assai, sì che troppo n'hanno grande utilità.»

Dopo aver viaggiato ventitre giorni, toccò i confini della immensa pianura di Ambalet-Mangi. Quel paese è fertile, ricco d'ogni sorta di produzioni e particolarmente di zenzero, di cui fornisce tutta la provincia del Cattai. Ed è tale la fertilità del suolo, che, secondo un viaggiatore francese, E. Simon, lo si vende oggidì a 30,000 franchi all'ettara, cioè tre franchi al metro. Nel secolo XIII quella pianura era coperta di città e castella, e gli abitanti vivevano dei frutti del terreno, dei prodotti del bestiame e della selvaggina, che forniva ai cacciatori una preda facile ed abbondante.

Continuando il suo viaggio verso ponente, Marco Polo penetrò nella provincia di Sze-tchuen, e giunse alla nobile città di Sindi-fu, la moderna Chin-tu-fu, la cui popolazione attuale supera 1,500,000 abitanti. Sindi-fu misurava allora un circuito di venti miglia, era divisa in tre parti, ognuna delle quali, circondata d'un muro particolare, aveva il proprio re prima che Kublai-Kan se ne impadronisse. «E sappiate, dice il Polo meravigliato, che per mezzo questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo miglio, ov'ha molti pesci, e va infine al mare Oceano, e havvi bene da ottanta in cento miglia, ed è chiamato Quiia-fu.»

Questo fiume non è altro che l'Yang-tse-kiang, che attraversa la China da ovest ad est, e n'è il fiume più importante. Sulle nostre carte lo troviamo indicato col nome di Fiume Bleu.

«E in su questo fiume, prosegue il Veneziano, ha città e castella assai, e havvi tante navi, che appena si potrebbe credere chi nol vedesse; e v'ha tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, ch'è una grande meraviglia. E il fiume è sì largo, che pare un mare a vedere, non fiume. E dentro della città in su questo fiume è un ponte tutto di pietre, ed è lungo bene un mezzo miglio, e largo otto passi: e su per quello ponte ha colonne di marmo, che sostengono la copritura del ponte; e sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di belle istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta mercatanzia e favvisi arti: ma si vi dico che quelle case sono di legno, che la sera si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi è lo camarlingo del Gran Sire, che riceve lo diritto della mercatanzia che si vende in su quel ponte; e si vi dico che il diritto di quel ponte vale l'anno bene mille bisanti[28]