PIERO.

Mi domando, alle volte, con terrore, come potrei vivere senza di lei. Raimondo, se dovessi perderla, ne morirei. Lo credi? Talvolta, questo pensiero mi dà un principio di pazzia. Sono solo, nel mio scrittoio. Lavoro, scrivo. A un tratto la mano si arresta, la penna mi cade dalle dita. Nicoletta? Non c'è più, l'ho perduta! Lotto, atrocemente, per qualche minuto, contro questo improvviso pensiero che diventa un'idea fissa. Inutilmente! Bisogna che mi alzi, che esca, che prenda una carrozza e corra a casa per vederla, per abbracciarla, per convincermi coi miei occhi, che c'è ancora, che esiste, che è mia. Se per disgraziata combinazione non è in casa, perdo la testa.

RAIMONDO.

E vai a cercarla? Finirai per diventare ridicolo…. Perchè il mondo lo trova ridicolo un marito innamorato.

PIERO.

No, non vado a cercarla. Me ne mancano le forze. Ma corro in camera sua, aspiro il profumo che vi ha lasciato, bacio la sua vestaglia abbandonata su una sedia, apro gli armadi per vedervi le sue vesti, i suoi cappellini, la sua biancheria. Tutto è lì, in ordine; nulla manca. Dunque, mi dico, non è partita, non è fuggita, non mi ha abbandonato: e mi butto sul suo letto e piango come un fanciullo.

RAIMONDO.

È della follia.

PIERO.

Te l'ho detto.