Non ella!
È più leggiadra un'altra creatura
Di mente saggia e volontà temprata.
Carolina Gilman.
La casa di campagna del signor Graham aveva un grande atrio con due porte, l'una in dirittura dell'altra, le quali durante le giornate calde rimanevano aperte dando adito a una fresca corrente d'aria. Perciò le vicinanze dell'ingresso principale donde l'ombreggiato cortile esterno che scendeva fino alla strada, in lieve pendio, offriva una vista piacevole, erano divenute un ridotto favorito della famiglia, specie nelle ore mattutine innanzi che il sole v'arrivasse. E là, in un gaio mattino di giugno, Isabella Clinton e sua cugina Rina Ray s'erano comodamente stabilite, ciascuna secondo le proprie idee della comodità.
Isabella, sprofondata in una gran poltrona che aveva spinta fin presso la soglia, teneva in mano un lavoro di tappezzeria, ma non faceva che guardare oziosamente verso la strada. Ella era una bellissima ragazza, alta, snella, fine, di colorito delicato, con chiari occhi azzurri e folti capelli biondi pioventi in lunghi ricci. La vezzosa bambina che Gertrude aveva contemplato incantata, mentre questa dalla finestra osservava lo zio True nell'atto d'accendere il lampione di fronte alla casa di suo padre, era divenuta una non meno vezzosa giovane. La sua rara bellezza, posta in rilievo da tutta l'eleganza che il buon gusto può suggerire e tutto il lusso che il denaro può permettere, destava intorno a lei l'ammirazione della gente, le attirava le lusinghe e le carezze di quanti l'accostavano.
Rimasta orfana di madre in tenera età, e lasciata per qualche anno in cura a donne di servizio, ella aveva imparato presto ad apprezzare più che non valgano le attrattive esteriori onde natura era stata con lei tanto prodiga; e sua zia, sotto la cui tutela si trovava da quando aveva lasciato la scuola, non era certo la persona più atta a combattere questa vanitosa idolatria di sè stessa.
Non si sarebbe ingannato chi avesse attribuito la sua aria di conscia superiorità e il gesto protervo con cui il piccolo piede batteva lo scalino della soglia, alla persuasione che Isabella Clinton, la bellissima e ricchissima damigella, era quanto mai seducente nel suo abito da mattina, di casimiro celeste, ornato di sontuosi ricami, e aperto davanti su una sottana bianca, di cambrì, per metterne in mostra le non meno sontuose gale. Nè poteva far maraviglia ch'ella si compiacesse della propria apparenza, la quale avrebbe pienamente sodisfatto i critici più severi.
A' suoi piedi, su uno degli scalini bassi, sedeva Rina Ray, che nell'aspetto e nelle maniere, come in molti punti del carattere, presentava un vivo contrasto con la cugina. Ella era una di quelle creature vivaci, giocherellone, carezzevoli, che il mondo chiama care bambine, tanto piccina che i suoi modi fanciulleschi non le si disdicevano; tanto spiritosa da farsi perdonare qualche infrazione delle buone creanze; troppo spensierata perchè potesse essere costantemente savia e gentile: ma di cuore così affettuoso, così fervente di generosi entusiasmi, che i suoi difetti erano scusati dalle persone disposte ad amarla come ella desiderava e cercava d'essere amata da tutti. Avvenente d'altronde, e sempre animata, allegra, contenta. Ammirava Isabella, le voleva bene, e fino a un certo segno si lasciava dominare da lei; però sapeva tenerle testa con fermezza nei casi in cui i loro sentimenti non s'accordavano.
All'opposto dell'elegantissima signorina Clinton, ella di rado era ben messa per la ragione che, quantunque ne avesse ampiamente la possibilità, non se ne curava. Quella mattina aveva infilato sulla sua veste di seta scura una cappa di flanella rossa, e, freddolosamente, se la teneva stretta intorno alla persona, dicendo ch'era mezzo assiderata, e che volentieri sarebbe andata a scaldarsi al fuoco in cucina, se non avesse avuto paura d'incontrarvi quel dragone femmina della signora Ellis.