Rina guardò Gertrude con maraviglia. Era colpita da un tale esempio di delicatezza e di rispetto della sventura, ed ammirava per istinto un ritegno di cui, lo sentiva, ella non sarebbe stata capace.

— Ma il vostro abbigliamento? — domandò sorridendo la sua amica. — Lo dimenticate?

— Ah, sì, avete ragione! Quasi m'era uscito di mente.... E sono venuta per questo! Che mi metto dunque stasera? Un abito grave o leggero? Bianco, celeste o rosa?

— Che ha scelto Isabella?

— Una splendida seta celeste: è il suo colore favorito. Ma a me non va.

— Infatti, preferirei un altro per voi.... Bene, venite, Rina, andiamo nella vostra camera; mi mostrerete i vestiti e vi dirò il mio parere. —

Ispezionata la guardaroba della signorina Ray, Gertrude osservò che per la stagione erano più adatte le stoffe leggiere e vaporose, e la scelta cadde sopra un finissimo crespo bianco. Ma sorse una nuova difficoltà. Nessuna delle acconciature da testa che Rina possedeva era d'una perfetta freschezza, nè, men che meno, poteva sostenere il paragone con la leggiadra ghirlanda, nuova fiammante, che Isabella stava accomodando sui suoi ricci biondi.

— Non ce n'è una ch'io possa portare senza sfigurar troppo accanto a lei! — sospirò Rina. Ma volgendo gli occhi alla toelette dove c'era una scatola aperta, esclamò vivamente: — Oh, ecco quello che mi piacerebbe! Isabella, di dove li hai avuti, questi magnifici garofani rosa? —

Così dicendo prese alcuni dei fiori, i quali erano un vero miracolo d'imitazione, e mostrandoli a Gertrude soggiunse che facevano proprio al caso suo.

— Non toccare i miei garofani! — gridò irosamente Isabella, spiccandosi dallo specchio. — Me li sciupi! —