Mosse un passo dietro alla coppia, esitò, s'arrestò. Una folla di commozioni l'assaliva, l'accecava, la soffocava, e mentre ella lottava seco stessa, Guglielmo e Isabella svoltarono in un sentiero, scomparvero. Ella si coperse il volto con le mani (sempre suo primo impulso nei momenti d'angoscia) e s'addossò al tronco d'un albero.
Era Guglielmo: quanto a questo nessun dubbio. Ma non il suo Guglielmo, non il caro ragazzo, il tenero suo amico d'infanzia. Invero il tempo non aveva aggiunto molto alla statura e allo sviluppo del giovane diciannovenne, alto e già ben complesso, ch'era partito per le Indie. Tuttavia sei anni trascorsi in Oriente, tra fatiche e cure dello spirito, strapazzi fisici, frequenti viaggi lo avevano mutato assai più che se fosse rimasto a condurre una vita tranquilla nel suo paese. Al fresco carnato dell'adolescenza era succeduto un colorito più pallido, un poco abbronzato, e ombrato dalla barba, che mostrava una matura virilità; negli occhi ridenti adesso appariva più profondo il pensiero; l'elastico passo era più fermo e misurato; il viso, raggiante allora come un sole, aveva preso un'espressione calma e grave che dava un'impronta caratteristica ai suoi lineamenti quando erano in riposo.
Ma le attrattive che avevano cattivato al giovanetto tutti i cuori, erano sostituite nell'uomo da qualità di pregio eguale, se non superiore. Egli era sempre straordinariamente bello, e dotato di quella grazia naturale e disinvolta del portamento che tanto piace. La fronte ampia ed aperta, la bocca dalle linee denotanti un animo mite ma insieme forte e risoluto, le maniere franche e balde, rimanevano inalterate, e sarebbero bastate esse sole a farlo riconoscere da colei in cui la sua immagine era indelebilmente impressa, anche se ella non avesse udito il suono della nota voce, nel momento stesso. Tutto, tutto proclamava al suo cuore palpitante che Guglielmo Sullivan l'aveva incontrata a faccia a faccia, ed era passato oltre, senza ravvisarla, e, secondo ogni apparenza, immemore o noncurante, lasciandola sola col suo immenso dolore!
Dapprima quest'unico amarissimo pensiero fu presente al suo spirito: «Egli non mi conosce più!» Esso riempiva e dominava la sua immaginazione, le faceva correre nelle più profonde fibre dell'essere un fremito di stupore ed angoscia. Non rifletteva ch'ella era tuttavia una bambina quando Guglielmo l'aveva veduta l'ultima volta, e che doveva apparirgli adesso ben diversa. Meno ancora pensava a rallegrarsi d'una trasformazione di cui ogni particolare tornava a suo vantaggio. La penosa idea che l'amico diletto della sua fanciullezza l'aveva dimenticata, ch'ella era morta per lui, cancellava qualunque altro ricordo.
Fossero stati tutt'e due ragazzi come al tempo della loro fraterna intimità, le sarebbe parso naturalissimo spiccare una corsa, raggiungerlo, chiamarlo. Ma gli anni e i mutamenti che avevano operato, alzavano tra loro una potente barriera. Gertrude era una donna oramai, e ne aveva l'alterezza; l'animo suo delicato, la modestia virginale la distoglievano dal seguire l'impulso dell'antico affetto. Bentosto però altri sentimenti l'assalsero confusamente. Come mai Guglielmo Sullivan si trovava là, e con Isabella Clinton appoggiata al suo braccio? Quando aveva ripassato l'Oceano? E perchè non era andato anzi tutto in cerca di lei, della prima sua amica, dell'unica, per quanto ella avesse fino allora saputo, da cui egli aspettasse d'essere accolto al suo ritorno in patria? Possibile che non si fosse nemmeno curato d'avvertirla del suo arrivo? In qual modo spiegarsi quello strano silenzio, e il fatto più strano ancora della sua premura d'accorrere a un ritrovo mondano prima di visitare la sua città natale e la sorella d'adozione?
Domande su domande, dubbi su dubbi s'accavallavano nella sua mente, in tale scompiglio ch'ella non poteva ragionare nè venire ad una conclusione. Non poteva che sentire e piangere. E sopraffatta da tante dolorose commozioni ruppe in lacrime.
Povera fanciulla! Era assai diverso quell'incontro da ciò che aveva immaginato e sperato! Durante sei anni, mentre la donna si maturava in lei, il ritorno di Guglielmo era stato il sogno delle sue veglie, e la realtà fugace ma dolcissima de' suoi sonni felici. Egli non si sarebbe potuto presentare in nessun'ora del giorno o della notte, nè sotto nessun travestimento, senza essere atteso e indovinato. Di nessuna formula di saluto si sarebbe potuto servire che già ella non avesse inteso sonare nella sua fantasia. Il suo primo sguardo, ella lo vedeva, le era familiare. Le parole che direbbe venendo a lei, le sue esclamazioni, le sue domande, le risposte che ella farebbe, la felicità d'entrambi (velata di mestizia dopo la dipartita dei loro cari perduti), tutte insomma le particolarità dell'incontro agognato ella le aveva già evocate mille volte nello spirito, ogni tanto in nuove forme, e con l'aggiunta di qualche nuova circostanza.
Ma non mai nelle sue visioni era apparsa pur un'ombra della triste verità che d'improvviso l'aveva precipitata nel dolore di quel disinganno. Nemmeno i sogni più oscuri erano stati presaghi d'una così gelida indifferenza, nemmeno i presentimenti più affannosi, non rari, da ultimo, le avevano fatto temere qualche cosa di così straziante come quell'assoluto oblio, quella totale distruzione del tenero e intenso affetto che aveva lungamente unito a lei l'esule in terre lontane.
Addossata al tronco del vecchio albero, col petto gonfio di profondi singhiozzi che non trovavano sfogo, e il viso mal celato dalle piccole mani tra le cui dita affusolate scorrevano copiose lacrime, ella piangeva, dimentica del luogo, del tempo, di tutto fuorchè della sua soverchiante ambascia.
Il rumore d'un passo che s'avvicinava la scosse. Con rapido gesto si slanciò avanti senza guardare nella direzione in cui l'udiva, calò il velo di trina che portava in luogo di cappello, per modo da nascondere la faccia turbata, s'asciugò gli occhi grondanti di pianto, e s'allontanò in fretta volendo evitare d'essere raggiunta e osservata da qualcuno dei numerosi forestieri che passeggiavano nel parco a quell'ora.