— E quella che tanto amate.... siete certo.... — cominciò il signor Amory parlando con visibile sforzo; ma la voce gli mancò, e s'interruppe.
— No, non sono certo, — rispose Guglielmo, prevenendo la domanda. — Non ho ragioni d'abbandonarmi alla speranza che teneramente vagheggio da anni, ma non mi pento d'avervi parlato con sincerità e candore, perchè dovesse ella infliggermi il dolore d'una fredda ripulsa, io sarei sempre superbo d'averla amata. Dal momento che ho rimesso il piede sul suolo americano fino ad oggi, sono sempre stato trattenuto da doveri che, per quanto sacri, facevano fremere d'impazienza il mio cuore anelante alla libertà di seguire i propri impulsi. Finalmente con questa mia visita, signor Phillips, — e così dicendo si alzò per accomiatarsi — io ho adempito all'ultimo obbligo impostomi dall'ottimo mio socio ed amico, e domani mi sarà concesso d'andare dove soltanto il dovere potè impedirmi di correre appena arrivato in patria. —
Egli porse la mano a Filippo Amory che la prese con una cordialità ben diversa dalla tiepida accoglienza fattagli quando s'era presentato a lui.
— Addio! — gli disse questi. — Il mio sincero desiderio che i vostri voti siano coronati da un lieto successo v'accompagna. Ma, ne sono sicuro, un giorno o l'altro rammenterete tutto ciò che vi ho detto stasera.
— Strano uomo! — pensava Guglielmo dirigendosi verso l'albergo dove era alloggiato. — Con quale calore mi ha stretto la mano nell'accomiatarmi! Quanto è stato amichevole il suo saluto nonostante la freddezza con cui m'aveva accolto e la mia pertinacia nel combattere le sue opinioni e respingere i suoi consigli! —
XLV.
.... è un'ardua impresa
Disciplinare il cuor pria che domati
N'abbian gli anni e i dolori i fieri spirti
E la calma impassibile fortezza