— Vieni accanto a me, figliuola. —
Gertrude non se lo fece dire due volte. Balzò in piedi, corse a lei, e gettatasi per terra nascose il capo nel suo grembo, ricominciando a pianger forte con tal violenza, che tutto il suo corpicino ne tremava.
— Ebbene, che t'è successo? — le domandò la cieca.
Ma ella non era in istato di rispondere. Quella lo comprese, e senza più interrogarla se la pigliò sulle ginocchia, le fece posar la testa sulla sua spalla, e asciugò con la propria pezzuola le lacrime che le inondavano la faccia.
Le sue tenere parole, le sue carezze, calmarono la piccina; e quando si fu chetata, invece d'insistere subito per conoscere la causa di quella disperazione, ella molto giudiziosamente le diresse altre domande; infine però le chiese se andasse a scuola.
— Ci sono andata, — rispose Gertrude sollevando la testa. — Ma non ci vo mai più, mai!
— Che dici? E perchè no?
— Perchè odio quelle ragazzacce, — proruppe la bimba, irosamente. — Sì le odio! Brutte! Maligne!
— Gertrude, Gertrude, — ammonì Emilia — non parlare così. Tu non devi odiare nessuno.
— Perchè non devo?