True era in ritardo quella sera, e aveva gran fretta. Potè appena dire alla bambina poche parole, nel suo linguaggio semplice e rozzo, ma erano parole che venivano dall'intimo del cuore più generoso ed onesto che mai palpitasse nel petto d'un uomo. Le ripetè, posandole sul capo con atto benevolo la mano grande e tutta nera di fumo, che gli dispiaceva assai ch'ella si fosse fatta male, poi soggiunse:
— E per soprassalto ne buscasti, poverina.... Vergognaccia! Gran danno, un po' di latte versato! Era una disgrazia, mica un delitto.... —
Levò la mano dal capo di Gertrude, per isprofondarla in una delle vastissime sue tasche.
— Ma eccoti — proseguì — la creaturina che ti promisi ieri. Abbine cura e non tormentarlo.... Scommetto che se è come la sua mamma che ho io a casa, ti piacerà, e presto presto gli vorrai bene. Addio, mimma! —
E presa in ispalla la sua scala portatile, se n'andò lasciando nelle mani della ragazzina un gattino bianco e grigio.
Ella fu così sbalordita nel trovarsi tra le braccia quella cosa viva, tanto diversa da tutte le cose da lei immaginate, che per un minuto rimase irresoluta, non sapendo che avesse a farne.
C'erano molti gatti, d'ogni grandezza e d'ogni colore, là nel vicinato, sia appartenenti ad inquilini delle case, sia rifugiati nel cantiere: povere bestie spaurite le quali, come Gertrude, solevano andare attorno a passi furtivi o scappando, a gambe levate, e spesso si nascondevano tra il legname e il carbone, quasi si sentissero al pari di lei malsicuri del diritto di stare in un qualche luogo. Ed ella aveva anche provato più volte una certa simpatia per loro, ma non le era mai venuta la voglia di pigliarne uno, portarselo a casa e addomesticarlo, perchè essendo il nutrimento e il ricovero tanto avaramente concessi a lei stessa, ben sapeva di non poterli ottenere per un suo beniamino a quattro zampe.
La sua prima idea fu pertanto di deporre il gattino a terra, e lasciarlo andare. Ma la bestiola si raccomandò in maniera tale, che ella non fu capace di resistere. Dalle braccia le salì fino al collo, vi si aggrappò, e spaventato com'era dall'imprigionamento e dal lungo viaggio nella tasca del lampionaio, prese a miagolare con una voce sommessa e flebile che sembrava implorare la compassione. L'eloquenza di quella vocina vinse la paura della collera d'Annetta Grant. E Gertrude; stringendosi al seno il micio, risolse, nel suo cuore di bimba, d'amarlo, di nutrirlo, e di tenerlo ben lontano dagli occhi della vecchia.
A qual punto giungesse in breve il suo amore per quell'animaletto le parole non potrebbero dire. La sua natura fiera, indomita, impetuosa, non aveva fino allora avuto occasione di manifestarsi che in accessi di risentimento appassionato, di torva ostinazione, d'odio perfino. Ma v'erano in quella piccola anima sorgenti di caldi affetti ancor chiuse, una profondità di tenerezza mai evocata, un ardore di devozione al quale non mancava che un oggetto su cui espandersi.
Ella prodigò quindi alla creaturina che dipendeva da lei per il suo sostentamento tutta la dovizia d'amore accumulata nel suo povero coricino desolato. E tanto più l'amava quanto più era obbligata a darsene pensiero, quanto più grandi, erano i disturbi e le ansie che le cagionava. Teneva la bestiola quasi sempre fuori, fra il legname del cantiere, nel suo rifugio favorito. Trovò un vecchio cappello nel quale mise il proprio cappuccetto, e fece così una cuccettina per il micio. Gli portava una parte, degli scarsi suoi pasti, osava per lui ciò che non avrebbe osato per sè medesima, procacciandogli la cena col sottrarre tutti i giorni dal bricco un po' del latte che Annetta Grant la mandava a prendere, ed esponendosi al rischio d'essere scoperta e punita: solo rischio, solo danno, di cui il furto e la frode potessero destare il timore nell'animo della misera bambina ignorante, perchè nessuno s'occupava di sviluppare le sue idee del bene e del male in senso astratto. Ella si divertiva ore intere a trastullarsi col suo gattino fra le cataste di legname, a parlargli, a dirgli quanto le fosse caro. Ma nelle giornate più rigide, non avendo modo di ripararsi dal freddo all'aperto, ed essendo assai pericoloso portare il suo protetto in casa, si trovava in un serio impiccio. Nondimeno, coraggiosamente nascondeva il micino in seno, e correva a rifugiarsi con lui nella soffittuccia ch'era la sua camera. Là, badando di tener l'uscio chiuso, riesciva a far sì che la presenza del suo compagno sfuggisse agli occhi ed agli orecchi della terribile Annetta. Due o tre volte invero, per sua momentanea distrazione, accadde che la vispa bestiola scappasse al piano di sotto, nel corridoio e nella cucina, anzi una volta la donna lo vide e lo cacciò con la granata; ma in quel popoloso quartiere dove i gatti vagabondi erano tutt'altro che rari, il caso non poteva parere così straordinario da provocare un'inchiesta.