Gertrude non s'aspettava un'accoglienza migliore, sicchè non ebbe a soffrire un disinganno. Contenta di trovare il meschino cibo lasciato sulla tavola per lei, lo trangugiò avidamente, e senza provocar una seconda intimazione di tenersi al largo, prese il suo vecchio cappuccetto, s'avvolse in uno scialle sbrindellato, già di sua madre, il quale da anni era l'unico indumento che servisse a ripararla dal freddo, e quantunque l'aria frizzante del mattino le gelasse le manine e i piedini nudi, scappò di corsa per la strada.

Dietro la casa dove abitava Annetta Grant c'era un cantiere di legname e carbone, e di là da questo uno scalo, e l'acqua densa e melmosa d'un bacino. In quei paraggi la piccola Gertrude avrebbe potuto trovare numerosi compagni per fare il chiasso. Qualche volta infatti si mescolava ai branchi di monelli dei due sessi, cenciosi come lei, che si trastullavano nel cantiere; ma di rado, perchè fra i ragazzi del vicinato c'era una lega contro la disgraziata creatura. Poveri essi pure, e, la maggior parte, tenuti male, la sapevano però più negletta ancora, e assai più maltrattata che qualunque di loro. Spesso avevano veduto menarle bòtte spietate, spesso avevano udito chiamarla brutta e maligna, e dirle ch'ella non apparteneva a nessuno, che nessuna casa era la sua. Bambini com'erano, sentivano nondimeno il proprio vantaggio, e disprezzavano la reietta. Forse non sarebbe stato così se Gertrude si fosse messa fra loro francamente e avesse cercato di farseli amici. Ma sua madre nel breve tempo ch'era vissuta in casa d'Annetta Grant aveva avuto cura di tenerla lontana da quella marmaglia; e, morta lei, la bimba resa schiava, forse un po' dall'abitudine ma più dalla sua stessa natura, continuava ad astenersi dal partecipare ai rozzi loro spassi, benchè nulla glielo impedisse. Non aveva dunque dimestichezza co' suoi coetanei. Nè essi s'arrischiavano a dimostrarle la loro ostilità se non a parole, perchè non uno avrebbe osato affrontare da solo la piccola Gertrude che, animosa, impulsiva, violenta, si faceva temere quanto odiare. Una volta, tutta una banda di maschi e femmine s'era accordata per darle noia e soverchiarla; ma appunto nell'atto che una delle ragazzette lanciava nel bacino le scarpe tratte a forza dai piedi della vittima, era sopraggiunta Annetta Grant, la quale aveva picchiato di santa ragione la monella e posto in fuga i suoi compagni. Da quel giorno Gertrude andava scalza; però, caso unico, doveva alla megera un benefizio: la ragazzaglia la lasciava in pace.

Era freddo ma splendeva il sole, quando la bambina, cacciata, corse a cercare un ricovero nel cantiere. In un angolo che dalle case vicine rimaneva quasi fuori della visuale, s'inalzava un'enorme catasta di legname da costruzione. Le assi, di lunghezze diverse ed irregolarmente collocate, offrivano da una parte una serie di scalini grazie ai quali riusciva agevole arrampicarsi fino su in cima, dove alcune delle più lunghe sporgevano in guisa da formare una specie di nicchia ben riparata, che dal lato aperto dominava il bacino.

Quel recesso era per Gertrude il porto di sicurezza, l'asilo di pace, il solo luogo donde non venisse mai espulsa. Là, durante le giornate estive la povera creatura solitaria sedeva meditando sulle sue afflizioni, le sue malefatte, la sua bruttezza, e talvolta piangendo ore ed ore. Quando, di tanto in tanto, accadeva che per alcuni giorni consecutivi avesse avuto la fortuna di non irritare nessuno, di non attirarsi gravi castighi come l'essere picchiata o rinchiusa al buio, l'animo suo in quella tregua si rasserenava alquanto, ed ella si divertiva a guardare gli uomini d'una goletta ancorata lì presso, mentre lavoravano a bordo, o vogavano di qua e di là, in una barchetta. La calda luce del sole infondeva nelle vene un tale benessere, le voci dei marinari erano tanto allegre, che la piccola derelitta obliava per un poco i suoi dolori.

Ma l'estate se n'era ita; la goletta col suo equipaggio che serviva a Gertrude di così piacevole compagnia, se n'era ita anch'essa. Era venuta la cattiva stagione, e ultimamente il tempo burrascoso aveva costretto la bimba a rimanersene tappata in casa. Non le pareva dunque vero quella mattina di poter tornare al suo caro nascondiglio. Con viva gioia trovò che il sole c'era arrivato prima di lei e aveva asciugato le travi per modo ch'ella se le sentiva tutte calde sotto i piedini nudi, il sole che splendeva sempre fulgido e gaio anche nel cielo di novembre e le faceva dimenticare Annetta Grant, e il freddo sofferto, e il terrore del lungo inverno!

I suoi pensieri vagarono un po' senza mèta, poi si raccolsero sullo sguardo benevolo e sulla voce del vecchio lampionaio; infine le si affacciò, per la prima volta, alla mente la promessa da lui fatta di portarle qualche cosa quando sarebbe venuto la sera prossima. Se ne ricorderebbe? Ella non credeva.... Eppure, forse sì, perchè quell'uomo aveva l'aria d'esser tanto buono, e tanto s'era rammaricato della sua caduta....

Che mai le porterebbe allora? Qualche cosa da mangiare? Oh, fosse piuttosto un paio di scarpe! Ma no, egli non poteva aver pensato a questo.... Forse non s'era nemmeno accorto che ella non ne aveva....

Gertrude risolse d'andare in ogni caso per il latte prima dell'ora d'accendere il lampione, al fine d'esser di ritorno in tempo, senza che nulla dovesse impedirle di vederlo.

La giornata le sembrò lunghissima; ma, quando Dio volle, la notte venne, e con la notte, True, o meglio, Trueman Flint: così si chiamava il lampionaio.

Ella si trovava sul posto ad aspettarlo, badando però di non dar nell'occhio ad Annetta Grant.